Pur essendo completo soltanto per metà, Le Centoventi giornate di Sodoma è senza alcun dubbio il romanzo più scandaloso di tutti i tempi. Donatien Alphonse François de Sade, meglio noto come il Marchese de Sade, lo vergò su un’unica, lunghissima pagina mentre si trovava all’interno del carcere della Bastiglia, pochi anni prima della Rivoluzione Francese, ma per più di un secolo se ne persero completamente le tracce. L’opera venne infatti pubblicata soltanto nel 1904, e da allora continuò a destare scandalo fino ai giorni nostri, ispirando anche alcuni intellettuali come Pier Paolo Pasolini (che dall’opera del Marchese trasse il suo celebre film Salò o le 120 giornate di Sodoma).
Il romanzo è la cronaca impietosa dei divertimenti e delle dissolutezze di alcuni libertini, rifugiatisi in un castello inaccessibile insieme a un folto harem di giovani fanciulli e di innocenti ragazzine, alcune delle quali davvero giovanissime. Nel testo, i quattro libertini si abbandonano ad ogni genere di orrore e di atrocità, giungendo addirittura all’omicidio vero e proprio. La necrofilia e la passione per gli escrementi sono solo alcuni dei tòpoi ricorrenti all’interno del testo, ma non sono gli unici.
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Con le sue minuziose descrizioni delle pratiche sessuali e degli innumerevoli orrori ad esse connessi, il Marchese de Sade intende colpire innanzitutto l’ipocrisia e la malvagità di alcune figure sociali dell’epoca, come i giudici o i religiosi, contro i quali si scaglia con una furia selvaggia e in certi casi perfino agghiacciante. Basti riferire che all’interno del castello, il triste teatro degli avvenimenti raccontati nel romanzo, la piccola cappella religiosa viene subito adibita a latrina. A una delle giovani fanciulle, che aveva osato rivolgersi a Dio in un momento di disperazione, viene inflitta una punizione esemplare, perché all’interno del castello è assolutamente vietato pregare.
Le centoventi giornate di Sodoma, un’opera eterna
Le staffilate di Sade non risparmiano nessuno: le sue pagine inchiodano la morale, la virtù, persino l’amore filiale. Quella del Marchese è una guerra tenace e personalissima contro ogni parvenza di umanità, contro la naturalezza di ogni sentimento amorevole. E alla fine, nonostante lo scarso valore stilistico dell’opera, il Marchese vince.
