Se il regista Noah Baumbach avesse affidato a uno dei suoi personaggi cinematografici il commento di Trastulli d’animali, un romanzo di Yukio Mishima del 1961, il personaggio in questione avrebbe certamente pronunciato una frase di questo genere: “È il Mishima minore, non vi è alcun dubbio a riguardo”. Nonostante la consueta gradevolezza del ritmo, delle situazioni, della misura stilistica, in questo breve romanzo Yukio Mishima non riesce a dare il meglio di sé.

Eppure, le premesse per un ottimo romanzo erotico non mancavano, anzi. La storia si sviluppa attorno alle vicissitudini dei tre personaggi principali, un triangolo composto dalla bella Yuko, dal marito e dal giovane Koji, verso il quale la donna sembra provare un’intensa attrazione (il sentimento è reciproco). Quando poi il marito diventerà semiparalizzato, il rapporto tra Yuko e Koji entrerà in una nuova fase, carica di tensione emotiva, gelosie inespresse e pietà verso il malato.
Trastulli d’animali, una mina che non esplode
Utilizzando un’espressione grossolana, potremmo dire che Trastulli d’animali è una mina che non esplode mai. A differenza di altri suoi lavori, in quest’opera Mishima non riesce a restituire uno scavo psicologico di qualità elevata, insistendo morbosamente (e forse troppo a lungo) su alcuni tratti interiori dei personaggi e finendo con l’appesantire l’intero romanzo, rendendolo ponderoso.
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Anche in questo libro, come accade anche in alcune delle opere migliori dell’autore, Mishima si abbandona a slanci di natura pedagogica, tralasciando la narrazione ed iniziando ad educare il lettore sui casi della vita. Se in un romanzo come La scuola della carne un tale intento può essere anche perdonato, in Trastulli d’animali si aggiunge alla nefasta ambiguità che sembra circondare l’intera opera, inserendola con tutti i riguardi tra i romanzi del “Mishima minore”.
