Il segreto della fotografia minimalista è racchiuso nella sua estetica Zen, nella sua assoluta semplicità. Con gli scatti minimalisti, il fotografo offre un’occasione per evadere dal caos visivo al quale siamo esposti ogni giorno mentre navighiamo in internet, quando scorriamo i contenuti dei social network, o quando ammiriamo le copertine policromatiche di qualche libro.
La fotografia minimalista è una vera e propria sfida, ed è diretta innanzitutto all’osservatore. Il fotografo, sottraendo elementi dai suoi scatti, sembra sfidare l’osservatore a creare una storia, a completare mentalmente la composizione a cui assiste, o anche soltanto a comprendere il significato più recondito nascosto nell’immagine. In altre parole, gli scatti minimalisti costringono l’osservatore ad effettuare uno sforzo mentale, stimolando così il suo innato spirito creativo.
Come nello Zen, la chiave della fotografia minimalista è rappresentata dalla semplicità. Quello che nel Buddhismo Zen viene solitamente chiamato Wabi/Sabi, o l’elogio della povertà apparente, nella fotografia minimalista diviene la sistematica sottrazione di elementi dal contesto dell’immagine, con la quale si conferisce più centralità al soggetto e allo spazio che lo circonda. Gli scatti minimalisti costringono l’osservatore a focalizzarsi sul soggetto, ma anche sullo spazio in sé.
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Gli spazi, nella fotografia minimalista, rappresentano le sorgenti di infinite possibilità, proprio come il concetto di vuoto nello Zen (sunyata). Con le giuste combinazioni di spazi, soggetti e colori, le fotografie minimaliste possono diventare un potentissimo strumento di narrazione visiva.
La storia, iniziata dal fotografo, sarà automaticamente completata dall’immaginazione dell’osservatore. E a differenza delle altre, si sedimenterà nella sua coscienza molto più facilmente, perché è stato proprio lui a crearla. La fotografia minimalista, come lo Zen, è un eterno ritorno a se stessi.
