Periodo del viaggio: maggio 2025
Ho trascorso una settimana in Cina. Sono tornato in Italia solamente da un paio di giorni, ma ho la netta sensazione che il cuore e la mente siano rimasti lì, a Dunhuang, una piccola città nella provincia nordoccidentale del Gansu, ai margini del deserto.
Sicuramente vi starete chiedendo perchè non abbia scelto di visitare le grandi metropoli cinesi, Pechino e Shanghai, ripercorrendo le orme di un’infinità di turisti occidentali che si recano in Cina senza sapere esattamente ciò che vedranno, sospinti solamente dalla curiosità di visitare di persona le grandi città di cui hanno sempre sentito parlare, e di cui probabilmente non sanno un bel niente. No, per il mio primo viaggio in Cina ho scelto una meta speciale, con caratteristiche davvero uniche e una storia millenaria.
La storia di Dunhuang è strettamente connessa a quella delle antiche vie della seta, quelle straordinarie vie di commercio transcontinentali che per secoli collegarono la Cina al Mediterraneo, e che rese possibile un interscambio senza precedenti di merci, culture e religioni tra i due principali fulcri della civiltà umana dell’epoca. Lungo gli itinerari percorsi dalle carovane che si dirigevano verso ovest, Dunuhuang rappresentava senza dubbio uno degli snodi principali, uno degli ultimi luoghi sicuri prima di addentrarsi nelle incertezze e nelle terribili avversità delle vicine aree desertiche.
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Dunhuang, un faro scintillante
Letteralmente, Dunhuang significa “faro scintillante”, ed è proprio in tal modo che doveva apparire a chiunque vi transitava, da est verso ovest ma anche in senso inverso. Per secoli, numerosi monaci buddhisti e pellegrini provenienti dall’India sostavano a Dunhuang per riposarsi, approfittandone per realizzare dei veri e propri templi nella roccia e un gran numero di dipinti murali di grande impatto estetico. Alcune delle migliori opere, realizzate tra il IV e il XIV secolo, sono conservate all’interno delle grotte di Mogao, di cui parlerò più avanti. In tal senso, Dunhuang rappresenta senza dubbio una tappa di estrema importanza nel processo di diffusione del buddhismo in Oriente.
Da una decina d’anni, ho iniziato a consultare avidamente trattati storici e artistici relativi all’Asia Centrale, quell’area del mondo ancora relativamente sconosciuta che si trova tra la Cina, la Russia, l’Iran e l’India. Il mio giudizio potrebbe essere parziale, ma sono intimamente convinto che la ricchezza storica e culturale dell’Asia Centrale non abbia eguali.
Dagli albori della civiltà fino ai giorni nostri, in quest’area del mondo si è succeduta un’impressionante quantità di popoli, tutti con culture, costumi e credi religiosi estremamente differenti. Turchi, mongoli, genti iraniche e uiguri – insieme a moltissimi altri – non si sono limitati a insediarsi e a prosperare in queste lande sterminate, ma hanno anche assorbito le influenze culturali degli imperi che li circondavano, incorporandole nelle proprie e dando vita a nuove civiltà che tentarono (spesso con molta fatica) di convivere pacificamente.
Le vie della seta si snodavano proprio in questi territori, dal margine occidentale della Cina fino alle plaghe steppose dell’Asia Centrale, favorendo la crescita e il prosperare di località divenute leggendarie, come Samarcanda, Bukhara e le città-oasi del bacino del Tarim. Questa pagina non rappresenta certamente il contesto ideale per un approfondimento culturale sull’Asia Centrale, ma ho comunque pensato che una breve digressione potesse fornire una buona chiave di lettura per comprendere alcune impercettibili sfumature del mio viaggio a Dunhuang.
Per la mia visita nel Gansu ho scelto il periodo pasquale, ben sapendo che mi sarei imbattuto in quantità davvero esigue di turisti occidentali. Da un punto di vista logistico, il viaggio è stato abbastanza complicato. In un primo momento avevo accarezzato l’idea di raggiungere la Cina nordoccidentale dal Kazakhstan, magari partendo dalla città di Almaty – di cui conservo ottimi ricordi – e raggiungendo poi Dunhuang via treno, ma alla fine ho preferito affidarmi all’aereo.
Dall’aeroporto di Malpensa ho raggiunto Xian con China Eastern, e da quella città – antica capitale e punto di partenza delle carovane della via della seta – sono arrivato a Dunhuang con un volo interno di due ore. Per gli standard cinesi, Dunhuang è una città molto piccola: poco meno di 200mila abitanti, con un centro cittadino molto vivace e una buona selezione di alberghi e ristoranti per tutte le tasche. Il mezzo più comodo per muoversi in città e per raggiungere i principali punti di interesse è sicuramente il taxi, anche grazie all’utilissima App DiDi Travel.
Le corse non costano quasi mai più di 3 o 4 dollari e permettono a chiunque di spostarsi in città in modo rapido e sicuro, con la possibilità di pagare il tassista direttamente attraverso AliPay o le altre app per i pagamenti (chiunque desideri visitare la Cina deve tenere a mente che le carte di credito occidentali, come quelle dei circuiti VISA o Mastercard, potrebbero non essere accettate, e che per completare i pagamenti è indispensabile aggiungere le proprie carte in AliPay e pagare tramite QRCode).
Crescent Lake
Oltre al suo significato storico e simbolico, e al suo legame diretto con la via della seta, Dunhuang è apprezzata soprattutto per il fascino e la bellezza di alcune località molto specifiche, come il lago Yueyaquan, conosciuto anche come Crescent Lake. Nei miei libri dedicati alla Cina e alla via della seta mi sono imbattuto un’infinità di volte nelle fotografie di questa oasi incantevole, formata da un piccolo lago a forma di mezzaluna incastonato nel deserto e da alcune strutture in legno, tra cui una pagoda.

Per qualche ragione, ogni volta che i miei occhi si posavano sulle fotografie di questa località sperimentavo un’emozione intensa, spesso irrazionale, e il desiderio di visitarla di persona è cresciuto in me di anno in anno. Questo luogo magico si trova nel deserto del Gobi, a circa 6 km a sud dalla città di Dunhuang, ed è visitabile sin dalle prime ore del giorno (il biglietto per accedere al Crescent Lake e al parco circostante ha un costo irrisorio). Prima di posare i piedi nelle sabbie del Gobi, a tutte le persone vengono forniti dei particolari calzari (al costo di 20 yuan) che proteggono le calzature dall’intromissione dei granelli di sabbia, facilitando in tal modo la deambulazione.
Procedendo all’interno del parco, ci si imbatte in veri e propri cammelli che avanzano in file ordinate sulle dune del deserto, proprio come accadeva migliaia di anni fa. I visitatori possono anche visitare la località in groppa a uno di questi placidi animali, prendendo parte a una delle numerose spedizioni che permettono a tutti i turisti di vistare la zona in modo più confortevole (personalmente me ne sono tenuto alla larga, ben ricordando le sensazioni sgradevoli che sperimentai dopo una simile esperienza in Thailandia con un elefante).

Il Crescent Lake si può raggiungere a piedi in una decina di minuti, seguendo le utili indicazioni (vergate anche in lingua inglese) disseminate qui e là in diversi punti del parco. Non so descrivere con precisione ciò che provai quando intravidi la sommità della pagoda che si delineava a poco a poco al di sopra di una duna, mentre procedevo con ritmo sostenuto verso l’oasi. Ricordo solamente che pochi minuti dopo, quando scorsi anche la familiare sagoma del laghetto a forma di mezzaluna, un sorriso vivace e orgoglioso mi si dipinse sul volto quasi istantaneamente, trattenendosi per diversi minuti. Ero proprio lì, nel luogo che tante volte – a migliaia di chilometri di distanza – mi aveva commosso ed emozionato.
Il Crescent Lake e gli edifici annessi si trovano in un’oasi suggestiva che per molto tempo rappresentò un’importante tappa per tutte le carovane dirette verso ovest, in direzione del Mediterraneo e dei mercati occidentali. Al posto del caravanserraglio, che migliaia di anni fa doveva accogliere i coraggiosi viandanti, al giorno d’oggi sorgono dei negozi e altri spazi commerciali in cui è possibile acquistare souvenir e specialità del luogo, come le apprezzatissime (e deliziose) flying apsaras delle grotte di Mogao. Per chi non abbia mai messo piede in un deserto, visitare questa località così caratteristica e densa di significato potrebbe rappresentare un’esperienza unica e indimenticabile. Per me è stato così, e rimpiango già di non avervi trascorso più tempo.
Le grotte di Mogao
La scelta di visitare Dunhuang non è stata casuale: in questa località, infatti, si trovano alcuni punti di interesse strettamente connessi con due delle mie principali materie di studio, ossia la storia della via della seta e il buddhismo. A livello mondiale, Dunhuang rappresenta infatti una delle pochissime località in grado di offrire un gran numero di luoghi d’interesse collegati a queste importanti tematiche, che a queste latitudini finiscono inevitabilmente per convergere e sovrapporsi.

Da diverso tempo, mi sto infatti dedicando allo studio del buddhismo mahayana e di uno dei suoi frutti più interessanti, il Buddhismo Zen (o Chan, in cinese). Il fatto più sorprendente, a tal proposito, è che alcuni dei manoscritti più importanti per la comprensione di questa scuola buddhista furono trovati proprio a Dunhuang, in una delle grotte di Mogao (la numero 17), che ho avuto la fortuna di visitare e di ammirare in prima persona. Con ogni probabilità, le grotte di Mogao rappresentano l’attrazione principale di tutta Dunhuang, e ogni anno attirano un gran numero di visitatori da tutta la Cina e dalle nazioni straniere.
Si tratta di un complesso formato da quasi 500 templi scavati nella roccia, lungo una rupe lunga ben 1600 metri, con dipinti murali, sculture e affreschi buddhisti di bellezza mozzafiato. Non è un caso che queste grotte, dal 1987, siano state ufficialmente riconosciute come patrimonio UNESCO, in virtù del loro immenso valore storico, artistico e culturale. Più di mille anni fa, i monaci pellegrini che transitavano per Dunhuang iniziarono a dipingere affreschi e opere murali all’interno delle grotte, lasciando un patrimonio artistico che si snoda su una superficie complessiva superiore ai 40mila metri quadrati.
Le grotte visitabili dal pubblico sono poche, e le fotografie sono ammesse soltanto all’esterno del complesso. Nelle grotte di Mogao si trova un colossale Buddha alto più di 30 metri, uno dei più imponenti al mondo, oltre a diverse raffigurazioni delle flying apsaras e della loro grazia eterna. Queste ninfe celesti, appartenenti alla tradizione induista e buddhista, sono divenute il simbolo vivente di Dunhuang e del suo patrimonio artistico, tanto da finire raffigurate anche sulla maggior parte dei souvenir e degli oggetti tipici che si propongono al pubblico, come le pregiatissime realizzazioni in seta che possono essere acquistate praticamente ovunque.
Chi non ha familiarità con il cinese può richiedere di unirsi a una visita guidata in lingua inglese, a cui partecipano in genere piccoli gruppi di dieci o quindici persone. Nell’aprile del 2025, questa opzione era inclusa nel costo del biglietto d’ingresso (circa 250 yuan), acquistabile all’interno di un’apposita struttura situata a circa 16 chilometri dalle grotte, il Mogao Caves Digital Exhibition Center (nella località in cui si trovano le grotte non è possibile acquistare il ticket d’ingresso).
Dunhuang Night Food Bazaar
Le grotte di Mogao e il Crescent Lake si apprezzano soprattutto con il senso della vista, con la consapevolezza di trovarsi in due località di importanza centrale nella storia delle vie della seta. Ma un viaggio così totalizzante, come deve esserlo ogni visita in territorio cinese, deve necessariamente comprendere anche delizie di tutt’altro genere, sperimentabili con sensi diversi da quelli della vista, dell’olfatto o dell’udito.

Nel cuore della città di Dunhuang, in prossimità dell’area in cui si svolge il frequentatissimo mercato notturno (lo Shazhou Night Market), ho avuto la fortuna di imbattermi negli stand del Dunhuang Night Food Bazaar, una sorta di piccolo festival culinario concentrato in pochissimi metri di spazio.
Ho passeggiato tra questi incredibili stand ogni sera, e ne ho approfittato per assaggiare delle pietanze che, con ogni probabilità, non avrei trovato in nessun’altra parte del globo. La particolarità del Dunhuang Food Bazaar è legata proprio alle preparazioni: ogni piatto proposto al pubblico porta con sé la storia millenaria della tradizione a cui appartiene, permettendo a chiunque di conoscere alcuni dei popoli e delle civiltà che hanno segnato la storia di questi territori.
Per un appassionato di vie della seta, leggere i nomi dei piatti potrebbe rappresentare un’esperienza folgorante: Xinjiang Steamed Buns, Kashgar Barbecue, Mobei Grilled Fish, Gobi Weibhurst, Beef Patty with Allium Mongolicum, Wusun Pilaf, e così via. I nomi di questi piatti forniscono informazioni preziose sulla località a cui è legata la loro origine, sui popoli nomadi che colà vissero o transitarono (come nel caso dei Wusun) e sulle tradizioni culinarie di queste sconfinate porzioni di territorio comprese tra l’Asia Centrale e la Cina nordoccidentale.
Assaggiare queste pietanze in modo pienamente consapevole, chiudendo gli occhi e abbandonandosi soltanto alle sensazioni del momento presente, può senz’altro rappresentare una di quelle esperienze che, forse con eccessivo lirismo, si definiscono spesso indimenticabili, o anche indelebili. Ma in questo caso è proprio vero, soprattutto per chi non capita da queste parti per puro caso.
Per evitare il flusso di gente che ogni giorno affolla il mercato notturno, è consigliabile visitare il Night Food Bazaar relativamente presto, tra le 18 e le 19, anche per potersi sedere tranquillamente e gustare con calma le eccezionali preparazioni che è in grado di offrire. Le persone del posto sembrano apprezzare in particolare lo stand in cui si preparano i Beef Patty With Allium Mongolicum, dove si formano delle vere e proprie code anche ben prima delle 19.

Dopo aver gustato questi piatti, ogni visitatore può concedersi il piacere di visitare le bancarelle che si trovano nell’area che circonda il Food Bazar, dove si vendono souvenir, indumenti, bigiotteria e gli onnipresenti cammelli peluches. A poche decine di metri dagli stand culinari, inoltre, ogni sera viene allestita una speciale esposizione di prodotti tipici dell’Asia Centrale, con delle bancarelle disposte circolarmente e cartelli fin troppo eloquenti con i nomi di alcune note località: Samarcanda, Bukhara, Khiva, e così via. Anche senza considerare le incredibili opportunità connesse al Food Bazaar, una visita al mercato notturno di Dunhuang è sempre consigliata.
Il mio primo viaggio in Cina si è concluso così, con una passeggiata serale tra gli stand culinari e le bancarelle del mercato notturno di Dunhuang, mentre ero completamente immerso nei profumi speziati, nei ritmi delle canzoni locali e nell’atmosfera magica sprigionata da questa antica città-oasi ai margini del deserto. Alcuni la definiscono “il gioiello della via della seta”. Per me, è semplicemente Dunhuang.
