Fisica e filosofia: un confronto necessario

di Riccardo Intini

Per comprendere a fondo la realtà potrebbe essere necessaria una filosofia universale, in grado di combinare le indagini scientifiche della fisica e gli strumenti del pensiero filosofico tradizionale.

Chi ha tempo di pensare alla comprensione della realtà? In questa società frenetica e iperconnessa, le questioni serie sono state quasi completamente dimenticate. Ognuno di noi, in maniera più o meno consapevole, è continuamente distratto dagli impegni quotidiani, dal lavoro, dalla famiglia,  dalla gestione delle proprie relazioni, tanto che il tempo da dedicare alla risoluzione dei problemi fondamentali per le sorti della nostra specie, le vere questioni esistenziali, è sempre più limitato.

Eppure, il problema della realtà riguarda ognuno di noi. Coloro che ancora oggi continuano a domandarsi chi siamo, che cosa siamo e da dove siamo arrivati – e dove potremo arrivare in futuro – hanno a disposizione sempre meno armi per tentare di rispondere a queste domande cruciali. Nel corso dei secoli, la filosofia è stata certamente una delle migliori alleate per gli spiriti curiosi e contemplativi, per tutti coloro che, sollevando gli occhi al cielo in una notte serena, restavano indicibilmente rapiti dal fascino discreto e inquietante dell’universo, dal mistero dell’infinito e dell’imponderabile.

Molti di noi hanno trovato nella filosofia un’alleata fidata e rassicurante. Sono ancora tante le persone che credono di aver trovato delle risposte definitive, e ancora di più sono quelle che ancora oggi, di fronte a domande dirette e ben precise, continuano ad affidarsi alla filosofia tradizionale, nella convinzione che rappresenti l’unico metodo coerente e autorevole per fornire certi tipi di risposte.

Anche chi scrive rientrava in questo novero, fino a non poco tempo fa. Con qualcosa di simile a un tenace fideismo, avevo raggiunto l’intima convinzione che le questioni fondamentali dell’esistenza potessero essere affrontate solamente con gli strumenti della filosofia, e in particolare con quelli connessi alle filosofie orientali. Ma al giorno d’oggi, con ogni probabilità, potrebbe essere necessario che le cassette degli attrezzi filosofiche si arricchiscano di strumenti nuovi.

La filosofia ha valore solo sulla Terra?

In ultima analisi, la filosofia potrebbe avere valore soltanto localmente, sulla Terra. Nessuno ignora che buona parte della filosofia tradizionale soffre di una malattia terribile e difficilmente curabile, ossia l’antropocentrismo. Ogni problema, o perlomeno una buona parte di essi, è preso in esame solamente da una sola prospettiva, da un’unica angolazione, ossia quella degli esseri umani. Dovremmo cercare di scrollarci di dosso il punto di vista locale e limitante dell’appartenenza a una specie e spingere il nostro sguardo molto più in là, senza timore di misurarci con scale cosmiche e distanze incomparabili.

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Con tutti i suoi (ammirabili) sforzi, la filosofia non riesce quasi mai a superare l’atmosfera terrestre e a includere nelle sue disamine tutto ciò che si trova oltre, negli spazi infiniti e incomprensibili del cosmo. Per carità, la filosofia non ha nessuna colpa.

Nessuna disciplina potrebbe includere nelle sue analisi degli spazi incommensurabili di cui non sappiamo ancora praticamente nulla, governati da particolarissime leggi che continuano a rimanere abbastanza oscure anche per buona parte degli scienziati moderni. La vera domanda che potremmo porci, in questa fase storica così turbolenta, dovrebbe essere soltanto una. Come possiamo sperare di comprendere la realtà, se non conosciamo ancora completamente il contesto fisico e spaziale in cui siamo inseriti?

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Per molte persone, questa domanda potrebbe già rappresentare una soluzione abbastanza soddisfacente a buona parte dei problemi esistenziali. Non avendo ancora a disposizione i mezzi scientifici e tecnologici per comprendere la nostra realtà fisica, di che cosa dovremmo preoccuparci? Il problema riguarderà semmai le future generazioni, che potranno approfittare dello sviluppo tecnologico della civiltà per cercare di comprendere in modo definitivo il quadro della realtà.

Vale davvero la pena rassegnarsi a questo genere di conclusione? Forse sì, ma anche in questo caso il problema è leggermente più complicato di quanto potrebbe sembrare. A ben guardare, in effetti, anche questa conclusione è di natura essenzialmente filosofica. Non potendo ancora conoscere le verità ultime, a causa di limiti tecnici ancora insuperabili, ognuno di noi dovrebbe forse mettersi il cuore in pace e godersi la vita senza troppi pensieri?

Il valore della realtà fisica

A questo punto mi sembra giusto fare un passo indietro e chiarire un passaggio fondamentale, senza il quale non potrei permettermi di andare avanti. Negli ultimi paragrafi, ho dato per assodato che la comprensione della realtà potrebbe essere legata indissolubilmente alla comprensione definitiva del contesto fisico e naturale in cui viviamo. Non si tratta soltanto di un’ipotesi: per parte mia, ne sono assolutamente convinto.

Questo contesto non comprende soltanto i nostri ameni spazi terrestri, ma anche ciò che si trova al di là del nostro sistema solare, al di là dell’universo osservato. Il fatto stesso che esista il concetto di “universo osservato” (da non confondere con l’universo osservabile) dovrebbe aprirci gli occhi: che cosa c’è al di là di questo limite invisibile? Quali mondi, quali realtà si celano oltre le tenebre invincibili del cosmo? Quali leggi fisiche potrebbero governare gli spazi su cui non abbiamo ancora posato il nostro sguardo?

Nessuno potrà dire di aver compreso in modo totale e definitivo la realtà, senza aver prima risposto in modo netto e conclusivo a tali domande (per riuscire a inquadrare più facilmente il contesto generale, potrebbe essere utile ricorrere a tutte quelle sapienti scuole filosofiche orientali che postulano l’esistenza di una realtà indivisa di cui tutti siamo parte, neutralizzando le differenziazioni e vanificando l’idea delle esistenze individuali. Ma questa è un’altra storia).

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Molti potrebbero decidere di fermarsi qui, scegliendo sostanzialmente di rassegnarsi alla semplice idea che ci troviamo in una fase ancora troppo acerba per comprendere pienamente la realtà. Altri, più coraggiosi, potrebbero invece decidere di spingersi ancora oltre e di chiedersi con quali mezzi affrontare la fase successiva, nella quale si dovrebbero deporre gli attrezzi della filosofia che conosciamo (non senza un sincero moto di riconoscenza per averci accompagnati fin qui).

La necessità di una filosofia universale

Ciò che serve è una nuova filosofia universale, una disciplina elevata all’ennesima potenza che scelga consapevolmente di non ignorare la fisica e di includerla nelle sue indagini più approfondite. I tempi per un ulteriore avvicinamento tra fisica e filosofia potrebbero infatti essere maturi, in particolare se si considera il fatto che alcuni dei risultati teorici più sorprendenti della fisica moderna hanno l’inconfondibile sapore della filosofia.

La filosofia ha già provato a superare i suoi stessi limiti e ad avviare approfondite indagini sulla metodologia e sui limiti della scienza, chiedendosi ad esempio quale sia la differenza tra il sapere scientifico e altri tipi di conoscenza. La filosofia della scienza ha già affrontato questi temi, ma al giorno d’oggi potrebbe essere necessario un tentativo più coraggioso. Qui non si tratta soltanto di commentare o di interpretare la metodologia scientifica, ma di potenziare la filosofia esistente con nuovi strumenti, dotandola di una sorta di estensione fisica o scientifica che possa servire a una migliore comprensione della realtà.

Scrivendo queste parole, mi è venuta in mente in maniera quasi automatica la peculiare struttura dei telescopi. Immaginate la filosofia come la base e il corpo principale dello strumento, e alla fisica come al cercatore, ossia a quel piccolo telescopio ausiliario che viene talvolta aggiunto a quello principale al fine di aumentare l’ampiezza del campo visivo.

La nuova filosofia universale dovrebbe funzionare proprio in questo modo, grazie a una combinazione virtuosa delle due discipline, mantenendo intatte le rispettive peculiarità e i rispettivi strumenti d’indagine. Anche Kant aveva provato a superare i limiti della filosofia e a elaborare una metodologia interpretativa della realtà, basata sulla distinzione tra fenomeno (ossia la realtà come viene percepita) e il noumeno (cioè la cosa in sé, che secondo il filosofo sarebbe inconoscibile).

Kant sosteneva che i limiti della ragione impedirebbero al genere umano di conoscere la realtà in maniera indipendente dai modelli con cui il nostro intelletto tende a strutturarla, tracciando dunque un confine netto tra l’esperienza reale, percepita, e la realtà ultima (o la verità). Ma siamo davvero sicuri che i progressi nel campo della fisica e dell’astrofisica ci impediranno per sempre di conoscere il quadro d’insieme nella sua interezza, ossia l’essenza della realtà in cui siamo immersi? Per questi motivi, un più coraggioso avvicinamento tra fisica e filosofia non è soltanto auspicabile, ma ai giorni nostri potrebbe essere anche necessario.

La fisica: un’arma in più per la filosofia

Come la filosofia, anche la fisica cerca di giungere sostanzialmente a una migliore comprensione della realtà in cui viviamo, ma in questo caso gli obiettivi sono perseguiti con strumenti molto diversi. Teorizzazioni, misurazioni, calcoli, esperimenti.

Da Newton in poi, la fisica ha permesso alla nostra specie di compiere incredibili balzi in avanti nella comprensione del nostro posto nell’universo, arrivando fino ad Einstein e all’elegante teoria della relatività generale. Anche in questo caso, si è passati da una prospettiva sostanzialmente terrestre (come quella che, in un certo senso, contraddistingueva la teoria di Newton) a una più universale, capace di spiegare e di descrivere accuratamente i moti dei pianeti e delle galassie.

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Oltre alla relatività generale, anche la meccanica quantistica ha provato a descrivere efficacemente la realtà che ci circonda. A differenza della teoria di Einstein, che si occupa essenzialmente di grandi masse su scale universali, la meccanica quantistica si concentra su una realtà minuscola e invisibile a occhio nudo, e che concerne soprattutto il moto e le interazioni delle particelle (introducendo anche la natura probabilistica e indeterminata della realtà).

Questa non è sicuramente la sede opportuna per una disamina approfondita della relatività generale e della meccanica quantistica, che ad oggi rappresentano i due pilastri fondamentali della fisica moderna. Ai fini della nostra trattazione, sarà sufficiente chiarire che queste due teorie rappresentano le due migliori armi a disposizione della fisica per cercare di descrivere la realtà. E fino a questo momento, considerando i rispettivi ambiti di applicazione, hanno funzionato alla perfezione, e la loro validità è stata confermata da moltissimi esperimenti.

È del tutto inimmaginabile pensare di non coinvolgere la fisica e le sue indagini accurate, nel tentativo filosofico di spiegare la realtà che ci circonda (o meglio, la realtà misteriosa che circonda il nostro pianeta e il contesto spaziale in cui siamo inseriti, in una regione periferica di una delle innumerevoli galassie che compongono l’universo osservabile). È la stessa fisica a suggerire un abbraccio sempre più stretto tra le due discipline, in particolare se si considerano alcune delle teorie più rivoluzionarie che i fisici hanno elaborato nel corso dell’ultimo secolo.

Alcune di queste non mettono in discussione solamente i migliori risultati teorici raggiunti dalla fisica e dalla filosofia nel corso della loro storia, ma ci costringerebbero a ripensare e a ridefinire l’idea stessa di realtà, dandole un significato completamente diverso da quello che conoscevamo. A tal proposito, l’entanglement quantistico e il principio olografico sembrano offrire spunti di riflessione estremamente interessanti per chi desideri approfondire la sua comprensione della realtà.

L’entanglement quantistico

L’entanglement quantistico è un particolare fenomeno fisico che si concentra sulle relazioni tra le particelle. Anche se sono separate da immense distanze, due o più particelle possono essere intrecciate tra loro, mantenendo un profondo legame che renderebbe impossibile descriverne gli stati in maniera separata. Questo fenomeno è già stato confermato sperimentalmente in più occasioni sin dagli anni ’80, e nel corso degli anni ha messo in dubbio la maggior parte delle nostre convinzioni sulla realtà che ci circonda. Non parliamo unicamente di concetti come spazio o tempo, ma anche della causalità e dell’idea stessa della realtà.

Le implicazioni filosofiche di questo concetto sono estremamente profonde, soprattutto per quel che riguarda la dimensione locale della nostra realtà. Con l’entanglement, la realtà smette di essere locale e diventa istantaneamente qualcosa di molto più complesso e interrelato, piuttosto difficile da comprendere per chi non abbia alcuna familiarità con alcuni dei concetti più cari ad alcune scuole di pensiero orientale (come la possibilità che la realtà sia rappresentata da un tutt’uno indistinto, senza separazione tra soggetto e oggetto). Una delle implicazioni più evidenti sarebbe rappresentata dal fatto che diverse parti dell’universo, anche molto distanti tra loro, potrebbero essere collegate in maniera istantanea.

L’entanglement quantistico si è sviluppato nell’alveo della meccanica quantistica, in cui si dà per assodato il fatto che le proprietà delle singole particelle non esistono in modo separato dal sistema totale che le include. Ancora una volta, si tratterebbe della conferma che le proprietà fondamentali di un qualsiasi oggetto esisterebbero solo in relazione ad altri oggetti, e non in modo assoluto.

È in questi passaggi che fisica e filosofia si trovano inevitabilmente a intrecciarsi, a sovrapporsi, talvolta con un guizzo orgoglioso da parte dell’una o dell’altra, spingendo magari qualche osservatore distratto a schierarsi e a scegliere una delle due, escludendo definitivamente l’altra. Ma la comprensione della realtà non può permettersi simili capricci: per capire a fondo il contesto che ci circonda, è necessario rinunciare ai propri giudizi personali, o perlomeno sospenderli (non in maniera indefinita, sia chiaro, ma soltanto per certi tratti del percorso).

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L’entanglement quantistico – e, in maniera più generale, tutta la meccanica quantistica – sembra mettere in crisi anche il ruolo dell’osservatore, che non rappresenta più un soggetto passivo. La misurazione di uno stato entangled di una particella, infatti, cambierebbe in modo istantaneo lo stato dell’altro. In tal modo, l’osservatore parteciperebbe in prima persona alla costruzione della realtà che lo circonda, anche se i mezzi particolari con cui ciò avviene non sono ancora chiari.

Secondo alcune teorie, l’entanglement quantistico potrebbe perfino rappresentare la base della nostra realtà. Lo spaziotempo potrebbe rappresentare un effetto emergente dalle correlazioni dell’entanglement, rendendo plausibile l’ipotesi di una realtà in cui l’informazione sarebbe più fondamentale dello spazio o della materia. A questo punto, la necessità di un confronto collaborativo tra fisica e filosofia, al fine di comprendere in maniera ottimale la realtà, dovrebbe risultare evidente anche ai più scettici. Questa convinzione potrebbe ulteriormente rafforzarsi attraverso una breve immersione nel principio olografico.

Il principio olografico

In una delle scene più iconiche del film Minority Report, il protagonista (Tom Cruise) assiste commosso alla proiezione tridimensionale della figura del figlio, scomparso tragicamente qualche tempo prima. Gli ologrammi hanno proprio questo aspetto: si tratta della proiezione di una serie di informazioni inserite all’interno di una superficie bidimensionale. Il principio olografico ha a che fare esattamente con questo genere di proiezioni, arrivando a suggerire che la nostra realtà tridimensionale potrebbe essere un ologramma codificato su una superficie lontana a due dimensioni.

A differenza dell’entanglement quantistico, il principio olografico non è stato ancora confermato sperimentalmente, ma le sue implicazioni sembrano essere altrettanto profonde (forse molto di più, in effetti). Il principio olografico non ci costringe soltanto a riflettere più accuratamente sui concetti di spazio, materia o informazione, ma mette in discussione l’idea stessa della realtà fisica. Come si potrebbe definire ontologicamente una realtà proiettata da una superficie lontana?

L’idea di base del principio olografico è la seguente: tutto ciò che si trova in un determinato volume di spazio può essere descritto da un insieme di informazioni situate sul suo bordo. In altre parole, l’area della superficie (e non il volume) potrebbe essere perfettamente sufficiente a descrivere la realtà contenuta in un determinato spazio. Si tratta di un palese ribaltamento del pensiero secondo cui un volume sempre più grande può contenere una quantità sempre maggiore di informazioni.

Le implicazioni del principio olografico assomigliano ai Koan del Buddhismo Zen, ossia a dei particolari paradossi che servivano (e servono tuttora) per scardinare l’approccio logico degli allievi e indirizzarli sul sentiero dell’illuminazione. Prestando fede al principio olografico, infatti, dovremmo abituarci a una singolare realtà in cui ciò che si trova in una certa regione di spazio non è determinato dalla materia che contiene, ma dalle informazioni racchiuse o codificate sulla sua superficie. Insomma, questa teoria sembra suggerire che la nostra realtà emergerebbe da qualcosa di più oscuro e fondamentale, come una sorta di effetto prodotto da un principio ancora sconosciuto.  

Il coraggio di spingersi oltre

Ho citato l’entanglement quantistico e il principio olografico soltanto a titolo esemplificativo, senza alcuna pretesa di averli enunciati o spiegati con la chiarezza che è propria dei fisici di professione. La fisica moderna comprende anche alcune teorie molto più radicali delle due che ho menzionato, delle formulazioni suggestive e perturbanti che mettono in discussione la nostra realtà in maniera ancora più profonda, ancora più totalizzante. Una di queste è di sicuro l’ipotesi della simulazione, secondo la quale il nostro universo e tutto ciò che contiene rappresenterebbero una simulazione informatica generata da civiltà avanzate.

L’aspetto più affascinante di queste formulazioni di fisica teorica è proprio la loro sapidità filosofica, se così può essere definita. Chi abbia familiarità con alcuni dei più elementari concetti filosofici non può fare a meno di chiedersi se non sia giunto il momento che queste due discipline inizino a collaborare più attivamente, più concretamente, dando vita a un’ambiziosa filosofia universale che possa servire a una migliore comprensione della realtà.

La necessità di questo confronto cooperativo tra fisica e filosofia, con ogni probabilità, diventerà sempre più evidente con l’avanzare del progresso scientifico nel campo della fisica e dell’astrofisica. A quel punto, fisica e filosofia saranno probabilmente diventate discipline gemelle. L’una (la filosofia) servirà ancora per comprendere la realtà terrestre e per raggiungere un relativo livello di serenità locale, mentre l’altra (la fisica) sarà immensamente utile per comprendere il contesto più ampio in cui siamo inseriti, per gettare uno sguardo nelle miriadi di galassie e negli (infiniti?) universi che potrebbero comporre la nostra realtà.

Con ogni probabilità, tra qualche migliaio di anni, qualche fortunata generazione di esseri umani avrà di fronte a sé un quadro più completo ed esaustivo della realtà, con buone possibilità di comprendere meglio (e più rapidamente) il nostro ruolo nell’universo. Nel frattempo, non ci resta che continuare a cercare, a esplorare e a spingerci oltre, nella speranza di cogliere qualche barbaglio di verità.

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