Questo scritto è interamente dedicato al legame tra le verità ultime e l’esplorazione spaziale. Prima di avventurarmi nella trattazione di questo delicato argomento, che lambisce inevitabilmente la filosofia, la fisica e l’ingegneria spaziale, credo sia opportuno chiarire sin da subito che cosa intendo con l’espressione “verità ultime”, il cui reale significato potrebbe apparire ambiguo ed evanescente.
Verità ultime: una possibile definizione
Per quel che mi riguarda, le verità ultime sono strettamente connesse ad una piena e profonda comprensione della realtà che ci circonda. Non ho scelto a caso la forma plurale: sono infatti convinto che la realtà in cui siamo immersi sia stratificata, multiforme ed estremamente complessa, e che pertanto una sua piena comprensione non potrebbe essere associata all’idea di “verità ultima” (al singolare), ma a un quadro d’insieme molto più vasto e formato da una serie di leggi fondamentali, il cui esatto numero non siamo ancora in grado di prevedere. Saremo in possesso delle verità ultime solamente quando sapremo descrivere con certezza matematica ogni aspetto della realtà e del contesto spaziale in cui siamo nati e cresciuti.

Non mi riferisco solamente al pianeta Terra, ma all’interezza del nostro universo (o del sistema di universi, a seconda delle teorie). Dal mio punto di vista, dunque, le verità assolute potranno essere colte nella loro interezza solamente quando saremo in grado di conoscere e comprendere con esattezza il contesto in cui siamo inseriti e le leggi fisiche che lo governano. La descrizione matematica di tali leggi rappresenterà il cuore pulsante delle verità ultime che abbiamo sempre sognato di conoscere.
Quando avremo a disposizione queste verità, avremo in mano anche gli strumenti per rispondere alle domande filosofiche ed esistenziali che tormentano la nostra civiltà da millenni. Quando conosceremo per intero il contesto spaziale di cui siamo parte integrante, potremo probabilmente capire davvero chi siamo, da dove veniamo e dove potremo sperare di arrivare in futuro.
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L’esplorazione spaziale, una questione filosofica
Prima di dedicarsi allo studio e alla comprensione di un qualsiasi contesto, quello stesso contesto deve essere trovato ed esplorato. Come possiamo infatti sperare di trovare una risposta alle domande fondamentali, se conosciamo solamente una minima parte del contesto in cui viviamo? Qualsiasi genere di conoscenza che abbiamo raggiunto in secoli e secoli di progresso scientifico e tecnologico non può che essere parziale, dal momento che riguarda solamente ciò che avviene in un angolo remoto dell’universo. Non sappiamo ancora con certezza se le leggi fisiche abbiano valore ovunque nell’universo, o nel sistema di universi in cui potremmo essere inseriti.
Avere un quadro d’insieme della realtà fisica che ci circonda è di primaria importanza per una completa ed esaustiva comprensione della realtà. Per questi motivi, chiunque affermi di possedere già ogni genere di risposta, o di aver trovato la soluzione agli interrogativi più pressanti per le sorti della nostra specie, sta sicuramente mentendo.
A questo punto sarebbe fin troppo semplice citare tutte quelle religioni monoteistiche o quei sistemi di pensiero che pretendono di spiegare tutto, dall’inizio alla fine, senza ammettere la minima incertezza. Non lo farò, perché sarebbe un’inutile perdita di tempo. Mi limiterò solamente ad affermare che la nostra specie non dovrebbe temere l’incertezza, perché è proprio l’incertezza che ci spinge a proseguire le ricerche e ad andare avanti, superando di volta in volta i limiti della conoscenza in un dato periodo storico.

Non possiamo sperare di comprendere la realtà senza capire innanzitutto il contesto spaziale di cui siamo parte integrante, ed è proprio per questo che l’esplorazione dell’universo assume un’importanza centrale. Pensate solamente al concetto di “universo osservato”, che al giorno d’oggi rappresenta il vero e proprio limite della nostra conoscenza. Al di là della via Lattea e di tutte le altre galassie che siamo riusciti a osservare, esistono regioni del nostro universo che non abbiamo mai visto. Alcune di esse si stanno lentamente svelando ai nostri occhi, grazie al supporto dei potenti telescopi e degli altri strumenti tecnologici di cui disponiamo al giorno d’oggi, ma si tratta di un processo incredibilmente lento.
A tal proposito, occorre ricordare che l’universo è in costante espansione, per cui è perfettamente possibile che gli osservatori terrestri non saranno mai in grado di vedere o studiare alcune regioni dell’universo (dato che si stanno allontanando da noi, sparendo per sempre dietro l’orizzonte invisibile dell’universo osservabile). Questo significa forse che le verità ultime non saranno mai raggiungibili dall’essere umano? Al momento non siamo ancora in grado di fornire una risposta, per il semplice fatto che non possiamo ancora prevedere che cosa sapremo fare e dove potremo arrivare in futuro.
Non bisogna dare per scontato che la Terra rimarrà per sempre il nostro punto di osservazione privilegiato, la nostra principale base operativa. Le generazioni future potranno probabilmente essere in grado di spostarsi al di fuori della Terra e di colonizzare altri pianeti – già in questi anni si parla della possibile fondazione di colonie umane sulla Luna o su Marte -, stabilendo magari dei nuovi punti di osservazione in altri sistemi solari.
Con l’esplorazione dello spazio, la portata del nostro sguardo si estende notevolmente. Forse avremo la possibilità di posare gli occhi su regioni di spazio che dalla Terra sarebbero rimaste celate per sempre. In ogni caso, a chi importa davvero ciò che potremo osservare in futuro? Le verità ultime esistono indipendentemente dagli esseri umani. Sono semplicemente lì, esistono con l’unico scopo di esistere, e con ogni probabilità non gli importa nemmeno di essere scoperte.
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Noi siamo solamente dei piccoli osservatori che potrebbero avere le capacità di coglierle in futuro, nella loro interezza o in minime parti, come abbiamo già fatto nel corso degli ultimi secoli. Ma per poterci avvicinare all’obiettivo finale, bisogna continuare a esplorare. Tutti gli sforzi dell’umanità dovrebbero essere tesi verso questo obiettivo cruciale, perché la posta in palio ha un valore inimmaginabile.
Attraverso l’esplorazione, non saremo solamente in grado di conoscere e di osservare ciò che si trova nelle regioni di spazio che non abbiamo mai visto con i nostri occhi, ma potremo anche sperare di avvicinarci alla comprensione delle leggi fondamentali della natura di cui ancora non siamo in possesso, e che cambierebbero le nostre vite in maniera radicale. Le implicazioni di un’osservazione diretta e di uno studio dei buchi neri, da questo punto di vista, sono ancora difficili da immaginare razionalmente. Queste bizzarre regioni di spazio – da cui nulla può sfuggire, nemmeno la luce – potrebbero contenere la chiave definitiva per comprendere l’universo.
Non sono giunto a queste conclusioni per caso. Le mie frequentazioni negli ambienti delle filosofie orientali, e in particolare del Buddhismo Zen, mi hanno lasciato la convinzione che non vi sia alcun genere di separazione tra la realtà e gli osservatori, tra l’io considerato nella sua singolarità e l’interezza dell’universo.
Questa impressione ha poi innescato la (naturale) curiosità di conoscere le parti rimanenti di questa realtà nascosta che ancora non conosciamo, senza la quale non potremmo mai avere una chiara comprensione del quadro d’insieme in cui siamo inseriti. In tal senso, mi sembra che l’esplorazione fisica del contesto spaziale di cui facciamo parte assuma un’importanza cruciale per la piena comprensione della realtà, intesa proprio come la totalità dello spazio fisico.
Per concludere questa parte della trattazione, che nelle mie intenzioni dovrebbe rappresentare il nucleo filosofico della mia tesi, mi piacerebbe proporre una sorta di sintesi visiva di ciò che ho appena scritto. Immaginate di trovarvi all’interno di un immenso sotterraneo, chiuso da tutte le parti e immerso nell’oscurità. Avete con voi solamente un fiammifero, che vi consente di spingere il vostro sguardo soltanto a pochi centimetri dalla posizione che occupate.
Dal vostro punto di osservazione, potreste ritenere che il contesto spaziale che vi circonda sia finito o infinto. Ha davvero senso pretendere che ciò che osserviamo nel piccolo spazio illuminato dal fiammifero sia bastevole per spiegare ogni aspetto della realtà che ci circonda? Assolutamente no. Dalla nostra posizione, dalla piccola porzione di spazio che siamo riusciti a illuminare e a osservare direttamente, possiamo spiegare solamente una parte infinitesimale della realtà. Per comprendere a fondo ciò che ci circonda dobbiamo muoverci, dobbiamo spingerci oltre, portando sempre con noi quella inestimabile fiammella che rappresenta il nostro innato desiderio di esplorare e di conoscere.
Verso le stelle
A questo punto, gli spiriti più pragmatici potrebbero porsi una domanda cruciale: abbiamo a disposizione delle tecnologie o degli strumenti innovativi per iniziare l’esplorazione dell’universo? La risposta semplice è: no. O meglio, non ancora, perché ci stiamo lavorando. E in effetti, da quando la Space Economy è entrata in una nuova fase della sua esistenza, il tema dell’esplorazione spaziale è tornato prepotentemente d’attualità, anche se nelle narrazioni moderne sembra essere costantemente scavalcato dalle più immediate necessità di mandare esseri umani sulla Luna o su Marte.
Ma l’esplorazione dello spazio non riguarda il semplice invio di sonde o di lander sui nostri satelliti o sui pianeti vicini: il vero obiettivo è legato ai viaggi interstellari, che rappresentano l’unico metodo per esplorare altri sistemi solari e accedere a regioni dell’universo ancora sconosciute.
Quando si parla di viaggi interstellari, l’associazione più immediata è quella con Alpha Centauri, la stella più vicina al Sole, situata a circa 4.37 anni luce dal nostro sistema solare. È una distanza enorme, pari a circa 41mila miliardi di chilometri, e al giorno d’oggi occorrerebbero migliaia di anni per raggiungerla. Un viaggio di questo genere presenta sfide tecniche enormi, specialmente se si considera il fatto che diverse generazioni di astronauti dovrebbero nascere, vivere e morire all’interno dello stesso velivolo spaziale. Se siamo giunti a ipotizzare questi scenari, che un’analisi distratta potrebbe anche considerare fantascientifici, è anche perché al momento sembrano mancarci le tecnologie necessarie per accorciare drasticamente i tempi del tragitto.

Il problema principale, da questo punto di vista, sembra essere rappresentato dalla tecnologia di spinta. I motori di cui disponiamo ora, basati sulla chimica e alimentati da carburanti liquidi o solidi, sembrano offrire solamente delle soluzioni parziali al problema. Un approccio innovativo, che sta prendendo sempre più piede negli ultimi anni, è quello relativo allo studio di alcune tecnologie laser che potrebbero alimentare un particolare genere di vettore, molto più leggero rispetto a quelli tradizionali, e che potrebbe raggiungere una velocità pari a circa il 20% di quella della luce. In questo modo, il viaggio verso Alpha Centauri si potrebbe compiere in circa vent’anni.
L’idea alla base di progetti come Breakthrough Starshot e Starlight è molto semplice, e consiste essenzialmente nell’eliminare la necessità di motori e carburanti. Gli obiettivi di queste due iniziative sono legati alla fabbricazione e all’invio di una sonda ultraleggera – nota come “nanocraft” – che sarebbe spinta fino al 15-20% della velocità della luce grazie alla potenza dei laser. I velivoli in questione sarebbero dotati di una vela molto leggera e riflettente che sarebbe spinta dalla radiazione luminosa dei fasci laser prodotti dalla Terra o dall’orbita terrestre, e che le permetterebbe di accelerare e di avanzare negli sconfinati spazi interstellari.
La finalità immediata di questi progetti – che al momento si trovano in una fase di stallo – sarebbe rappresentata dall’ottenimento di immagini ravvicinate di Alpha Centauri, degli esopianeti e di tutti gli altri corpi celesti che si trovano in quel sistema solare, rendendo possibile per la prima volta l’osservazione diretta e lo studio di stelle e pianeti che fino a questo momento avevamo conosciuto solo in modo approssimativo.
Anche se non vi fossero esseri umani a bordo, questi vettori ci permetterebbero di compiere un enorme balzo in avanti nell’esplorazione dell’universo. Immaginate soltanto la possibilità di inviare diverse sonde di questo genere in direzioni diverse, a intervalli regolari. Nel giro di un secolo potremmo avere a disposizione informazioni inestimabili su altri sistemi solari e su regioni dell’universo che fino a poco tempo fa ritenevamo inaccessibili.
L’obiettivo legato all’esplorazione spaziale è estremamente ambizioso, e deve essere portato avanti gradualmente, un passo alla volta. L’obiettivo più ovvio, in questa fase storica, è rappresentato da Alpha Centauri, ma non dobbiamo aver paura di spingere il nostro sguardo ancora più in là: oltre la nostra galassia, al di là dell’universo osservato e di quello osservabile, si celano quelle verità ultime che la nostra specie insegue da sempre. Rinunciare alla loro ricerca sarebbe un po’ come tradire la nostra stessa essenza, sarebbe un atto contro natura. Siamo esploratori, e lo saremo sempre.
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