Sull’eguaglianza di tutte le cose, di Carlo Rovelli

di Riccardo Intini

Qualche mese fa ho preso parte alla presentazione dell’ultimo libro di Carlo Rovelli, Sull’eguaglianza di tutte le cose, di cui si è parlato per più di un’ora all’interno del teatro Dal Verme di Milano. Al termine dell’evento, non essendo stata concessa al pubblico la possibilità di porre delle domande, ho affannosamente inseguito l’autore fino all’uscita posteriore del teatro, quella riservata agli artisti, e gli ho chiesto ciò che mi aveva assillato per più di un’ora.

Dottor Rovelli, crede davvero che non abbia senso parlare di verità ultime? Non crede che questa considerazione sia dovuta al fatto che conosciamo soltanto una porzione infinitesimale della realtà e dell’universo che ci circonda?”. Con un sorriso indulgente, l’autore ha provato a rispondermi. “Quanto ancora dobbiamo aspettare per avere queste risposte? È un discorso troppo complicato”.

Questa densa conversazione si è svolta in una trentina di secondi, non di più. L’autore stava abbandonando il teatro dopo una lunga presentazione, e con ogni probabilità non aveva nessuna voglia di rispondere alle domande di un esagitato che aveva cercato di parlargli in tutti i modi per circa mezz’ora.

L’ultimo libro di Carlo Rovelli

Eppure, la sua risposta mi è parsa assolutamente utile e significativa. Con l’Eguaglianza di tutte le cose, Carlo Rovelli è riuscito ancora una volta a produrre una sintesi perfetta tra scienza, fisica e filosofia, trattando ogni argomento da angolature differenti e offrendo prospettive stupefacenti sulla natura della realtà. Anche in questo volume, l’autore porta avanti una delle sue tesi più conosciute, legata in primo luogo alla natura relazionale della realtà che ci circonda.

Attraverso dotte dissertazioni sulla relatività generale, sulla meccanica quantistica e sulle implicazioni filosofiche delle leggi naturali, Rovelli sembra arrivare alla conclusione che gli esseri umani dovrebbero accontentarsi delle loro conoscenze incomplete, parziali, poiché questa parzialità conoscitiva sarebbe proprio ciò che ci serve per vivere serenamente giorno dopo giorno.

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Un'immagine legata alla fisica e ai temi trattati nell'ultimo libro di Carlo Rovelli, intitolato "Sull'eguaglianza di tutte le cose"

Per lui, la ricerca di realtà ultime e verità finali rappresenta sostanzialmente una perdita di tempo. Questo concetto è emerso anche nel corso della presentazione, ma guardandomi attorno mi è sembrato che le altre persone non ne fossero rimaste in alcun modo turbate.

Sentendo dire che le verità ultime rappresenterebbero l’oggetto di una ricerca inutile e priva di senso, ho iniziato sin da subito ad agitarmi e ad attendere impazientemente la fine della presentazione per chiedere spiegazioni. Ho avuto infatti la sensazione che l’autore, dopo aver passato una vita intera a porsi le grandi domande esistenziali che attanagliano l’essere umano da millenni, abbia trovato un rifugio utile e confortevole nella totale rinuncia a formulare queste stesse domande, accontentandosi dell’incertezza e della presunta inevitabilità di misurarsi con la conoscenza parziale della realtà.

Ma mi sembra che una simile tesi possa avere senso soltanto adesso, in una fase storica in cui l’umanità ha afferrato una parte minima e assolutamente insignificante del vero significato della realtà e del suo effettivo funzionamento. Non sappiamo praticamente nulla. Come si può dunque sostenere che la ricerca delle verità ultime sulla natura – e il significato stesso di questi concetti – siano prive di senso?

L’esplorazione dell’universo potrebbe condurci verso una comprensione sempre più completa e profonda della realtà che ci circonda, ed è decisamente troppo presto per sostenere che il genere umano non dovrebbe chiedersi cosa giaccia al di là degli orizzonti inesplorati dell’universo conosciuto.

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La nostra generazione non avrà accesso alla realtà che si cela ancora ai nostri occhi, e con ogni probabilità nemmeno la successiva o quella dopo ancora. Ma il compito di chi si sta occupando brillantemente di queste tematiche così cruciali, in questa fase storica, dovrebbe essere quello di stimolare, di incoraggiare la ricerca di significato e il desiderio di conoscere ciò che ancora non siamo in grado di vedere o di capire.

Anche se non vedremo con i nostri occhi i risultati dei nostri sforzi, dovremmo impegnarci affinché le future generazioni abbiano motivi validi per continuare a studiare, a porsi domande, a conoscere e a esplorare l’ignoto. In ogni caso, l’autore aveva ragione: il discorso è decisamente troppo lungo e complicato.

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