Il libro di cui vorrei parlare oggi è abbastanza singolare. È in lingua inglese, ed è molto raro. Venne pubblicato alla fine degli anni ‘70 da un’Università giapponese, la Komazawa University, e il suo titolo è abbastanza eloquente: Psychological Studies on Zen (studi psicologici sullo Zen). Mi sono imbattuto in questo volume circa tre anni fa, mentre stavo navigando in Ebay alla ricerca di qualche volume sullo Zen.
Non ci è voluto molto per intuire il potenziale di questo libro: un’indagine psicologica sul Buddhismo Zen non è certo semplice da trovare. Il fatto che si trovasse in Italia mi avrebbe permesso di risparmiare sulle spese di spedizione, per cui non ho esitato nemmeno un momento e l’ho comprato subito.
Il volume è abbastanza corposo – quasi 500 pagine -, ma la presenza di numerosi grafici e tabelle accorcia sensibilmente i tempi di lettura. Gli esperimenti condotti negli anni ‘70 su alcuni praticanti di zazen, la pratica di meditazione seduta tradizionalmente associata allo Zen, sono di grande interesse sociale e scientifico, e permettono al lettore di formarsi un’idea abbastanza chiara degli effetti reali dello Zen sul metabolismo, sul sistema cardiovascolare, sulle funzioni cerebrali e sulla salute complessiva dell’organismo.
Il testo riporta i risultati di decine di esperimenti condotti all’interno dell’Università giapponese negli anni ‘70, quando vennero rigorosamente analizzati gli effetti della pratica meditativa su studenti di Zen con diversi livelli di esperienza.
Alcuni dei più significativi, raggruppati nei capitoli finali del libro, riguardano l’applicazione dei principi pratici dello Zen in alcuni casi psichiatrici particolarmente delicati, come quelli che riguardarono alcuni pazienti con tendenze schizofreniche o di grave disagio psichico. Nei casi riportati all’interno del libro, lo Zen riuscì quasi sempre a favorire netti miglioramenti nelle condizioni psicologiche di tutti questi pazienti, donando loro una solida roccia a cui aggrapparsi per rimanere a galla.
La Komazawa University presenta un’accurata analisi psicologica sullo Zen
Per certi versi, ho apprezzato questo libro anche per la sua sottile interdisciplinarità. Se lo avessi letto anche solo due o tre anni fa, con ogni probabilità non avrei colto i riferimenti a certe particolari trame di cui sto iniziando a occuparmi soltanto ora, e che hanno a che fare soprattutto con la meccanica quantistica e i tentativi di comprendere la struttura effettiva della realtà. Nello Zen, noumeno e fenomeno (e qualsiasi altra coppia di concetti), intrattengono infatti un rapporto di reciprocità circolare: uno non ha senso senza l’altro, perché tutto è basato sulle relazioni.

Lo stesso principio si esprime anche nella fisica quantistica, per la quale non ha alcun senso parlare di entità isolate. Le particelle sono in uno stato di entanglement, quindi hanno senso soltanto quando vengono considerate in rapporto tra loro o con l’osservatore. Ma i punti di contatto tra Zen e meccanica quantistica non finiscono certo qui, e nel libro vengono illustrati in modo abbastanza chiaro (anche se con fini diversi).
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Per lo Zen, ad esempio, affermazione e negazione possono coesistere, nello stesso modo in cui nella fisica quantistica una particella può trovarsi nel medesimo istante in due posti (o stati) diversi, in una condizione di effettiva sovrapposizione. Le similitudini e i punti di contatto tra queste due discipline sono davvero affascinanti, in particolare per chi si interessi a tutti i metodi elaborati dal genere umano per comprendere la realtà che ci circonda.
Questo libro è apprezzabile anche per la peculiare struttura dei capitoli, nei quali si alternano i resoconti degli esperimenti condotti sui praticanti di Zen e dei brevi paragrafi – non molto numerosi – dedicati ad alcuni aspetti dottrinali del Buddhismo Zen. In realtà è proprio per questo che ho acquistato questo volume: questa lettura mi avrebbe offerto una trattazione dello Zen da parte di un’importante istituzione universitaria del Giappone, e con ogni probabilità (questi erano i miei auspici) sarebbe stata del tutto scevra da contaminazioni occidentali, fraintendimenti o interpretazioni errate dell’insegnamento originale buddhista. Queste aspettative sono state pienamente soddisfatte, anche se naturalmente la maggior parte del volume è dedicata ai risultati scientifici dei test e non agli aspetti teorici dello Zen.
Una delle sezioni dottrinali più corpose e interessanti si trova nell’eccezionale capitolo dedicato al tempo, al quale probabilmente dedicherò un contenuto ad hoc. Qui sarà sufficiente dire che in questo capitolo viene proposta un’interessantissima sintesi delle diverse concezioni del tempo per alcune delle maggiori scuole buddhiste (come il Kegon o lo Zen). Anche in questo caso, i parallelismi con la fisica sono stupefacenti e degni di ammirazione.
