86 ore a Bali, in Indonesia 

di Riccardo Intini

Periodo del viaggio: maggio 2026

Camminando per le strade di Bali, in Indonesia, un visitatore disattento potrebbe inavvertitamente urtare o calpestare alcuni piccoli contenitori realizzati con imprecisate fibre vegetali, nei quali la gente del posto depone delle offerte giornaliere per propiziarsi il favore delle divinità. Li si può notare praticamente ovunque, di fronte alle entrate di negozi o ristoranti, negli angoli più remoti dei templi, ma anche di fronte alle statue votive e ai piccoli altari che si possono notare a ogni angolo di strada. 

È forse la testimonianza più concreta ed evidente del profondo senso religioso e della devozione dei balinesi per le loro divinità, alle quali hanno dedicato anche dei meravigliosi templi marini e un gran numero di luoghi di culto. Prima della mia visita a Bali non sapevo granché dell’induismo balinese e dei diversi aspetti della religiosità locale, ma non mi sarei mai aspettato di trovarmi di fronte a una forma di attaccamento così tenace per tutto ciò che ha a che vedere con l’elemento divino. 

Uno scorcio dell'oceano indiano visibile dal tempio marino di Tanah Lot (Bali, Indonesia)

Sono rimasto a Bali soltanto per pochi giorni, per cui non ho potuto visitare tutti i templi e gli altri luoghi di interesse dell’isola. Ho tuttavia avuto la fortuna di vedere con i miei occhi uno dei luoghi più incantevoli ed iconici di tutta Bali: il tempio di Tanah Lot. 

La perla dell’Indonesia

In questo luogo magico sorge uno dei templi marini più rinomati dell’isola, composto da un imponente complesso di strutture religiose situate a ridosso della riva, all’interno di un grande parco naturale, e da un tempio più piccolo posizionato direttamente in mare, in mezzo a un gruppo di scogli, dove le onde dell’oceano indiano si frangono per tutto il giorno senza soluzione di continuità. Non è assolutamente un caso che uno dei templi più iconici di Bali si trovi a pochi passi dalle acque oceaniche, tra la costa e una lingua di terra che si estende per un breve tratto verso il mare aperto. 

Il tempio marino di Tanah Lot di Bali (Indonesia)

È come se nelle menti delle popolazioni locali, da tempo immemorabile, l’elemento divino e quello marittimo si fossero in un certo senso accoppiati, compenetrandosi l’un l’altro in modi sempre più profondi. Col passare dei secoli, i balinesi hanno probabilmente imparato a rispettare il mare, a temerlo e a onorarlo, ben sapendo che questo elemento grandioso e al tempo stesso infido avrebbe potuto distruggere le loro esistenze da un momento all’altro, senza alcun preavviso. L’origine dei culti marini balinesi è forse legata a un sentimento di questo genere, molto simile per certi versi a una sorta di timore reverenziale per un benefattore che potrebbe trasformarsi repentinamente nel peggiore dei nemici. 

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Al giorno d’oggi, Bali è soprattutto un’apprezzata meta turistica per i viaggiatori in transito tra l’India e l’Australia, ma anche per tutti coloro che cercano un rifugio tropicale in grado di offrire scenari naturali mozzafiato e costi della vita irrisori. Durante la mia permanenza ho esplorato in particolare la zona costiera di Seminyak, dove è possibile ammirare un interessante mercato artigianale – con artisti del posto che realizzano al momento dei pregevoli manufatti in legno ritraenti le divinità locali – e abbandonarsi al relax in uno dei numerosi beach club che sorgono in prossimità delle spiagge.

Un elegante beach club di Seminyak a Bali, in Indonesia

Siamo ben lontani dalla concezione occidentale o europea del turismo marittimo: a Bali, nella zona che ho visitato personalmente, ho visto pochissime strutture attrezzate con lidi, sede a sdraio e ombrelloni. In spiaggia vanno soprattutto i surfisti e tutti coloro che apprezzano una passeggiata tranquilla di fronte all’oceano. 

I tramonti di Bali

Uno dei momenti più emozionanti delle giornate balinesi è sicuramente il tramonto. Tutti gli occhi sembrano dirigersi automaticamente verso la stella calante, come se fossero spinti da un istinto primitivo e misterioso. Anche quando l’astro non è più visibile, gli sguardi delle persone rimangono puntati nella direzione del fulgore per qualche secondo, le loro bocche rimangono chiuse e le espressioni diventano gravi, come se per pochi istanti stessero partecipando a una specie di rituale collettivo. L’incantesimo dura per qualche secondo, poi si spezza da sé. Le persone tornano ai loro drink, alle loro conversazioni, ai loro sorrisi, conservando soltanto un remotissimo ricordo di quell’impressione magica.

Il tramonto a Seminyak (Bali, Indonesia)

A Bali, in effetti, qualsiasi gesto può assumere il valore di un vero e proprio rituale individuale o collettivo. La religiosità locale è così forte che finisce inevitabilmente per trasmettersi anche ai forestieri, che per qualche istante – forse non del tutto consapevolmente – sembrano diventare parte integrante di un disegno prestabilito e molto più grande di loro.

Questa sensazione è probabilmente amplificata dalla frequente visione delle persone locali che, in maniera del tutto autonoma e individuale, offrono il proprio tributo giornaliero alle divinità, con una particolare liturgia che comprende invocazioni pronunciate ad alta voce e ampi movimenti delle braccia e delle mani. 

Uno dei rituali collettivi più apprezzati di Bali è quello legato al celebre Tirta Empul, il tempio delle sorgenti sacre. Ho avuto modo di visitare questa spettacolare località dopo un lungo trasferimento in auto da Seminyak – il traffico è una delle piaghe dell’isola -, riuscendo anche a spingermi nella zona del tempio dedicata alle immersioni nelle acque sante. Personalmente ho preferito astenermi da questa pratica, pensando che dopo le abluzioni di tantissimi turisti sporchi e sudati fosse rimasto ben poco di sacro in quelle sorgenti. 

Le carpe koi di Tirta Empul, dove si trovano le sorgenti sacre di Bali, in Indonesia

Come tutti gli altri visitatori (uomini e donne) ho comunque indossato un sarong – una tipica veste indonesiana – e mi sono aggirato per le diverse zone del tempio, ammirando anche delle vasche contenenti un gran numero di bellissime carpe variopinte (molto simili a quelle che avevo visto anni prima in Giappone).

Una persona del posto mi ha spiegato che molti balinesi si recano regolarmente in pellegrinaggio a Tirta Empul in determinati momenti dell’anno, per immergersi nelle sorgenti e cercare di attirare su di sé una sorte benevola. I rituali di purificazione spirituale che si compiono a Tirta Empul sono chiamati melukat, e si basano sulla convinzione che le sorgenti siano divine. 

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Le sorprese di Ubud

Alcune delle sorprese più belle, durante il mio soggiorno a Bali, mi sono state regalate da certe località che si trovano nella parte centrale dell’isola, nelle quali ho avuto la fortuna di capitare durante i trasferimenti tra Seminyak e le altre mete di cui ho già parlato. Una di queste è la cittadina di Ubud,  un vivacissimo paesino pieno di negozi e di shop di diverso genere, con stradine pittoresche ed estremamente gradevoli anche da un punto di vista estetico.

Nel caso in cui dovessi tornare a Bali, sicuramente sceglierei di alloggiare a Ubud. È infatti molto meno caotica rispetto a Seminyak e alle altre aree turistiche dell’isola, anche se nelle ore di punta si possono sempre incontrare fiumane di visitatori di ogni tipo che entrano ed escono dai numerosissimi shop della zona. La parte più apprezzabile di questo piccolo borgo tropicale è rappresentata proprio dalle stradine secondarie, in cui è sempre piacevolissimo passeggiare senza una meta precisa e guardarsi attorno. 

L'Ubud Palace, situato nel cuore di Bali, in Indonesia

Trascurare la parte centrale dell’isola sarebbe un grosso errore per qualsiasi visitatore. In questa zona può infatti capitare di imbattersi in tranquilli ristoranti costruiti nel bel mezzo di una risaia, assolutamente perfetti per una fresca pausa ristoratrice, o in percorsi panoramici in alcune delle località naturali più suggestive dell’isola, dominate dal verde e dalle sue tonalità più inattese. 

Non dimenticherò facilmente i succhi di Guava e Dragonfruit, il delizioso nasi goreng nelle sue diverse varianti, gli scrosci improvvisi di pioggia e il caldo odore che si respira praticamente in ogni punto dell’isola, e che mi ha ricordato molto chiaramente le sensazioni che sperimentai in India. Ma ciò che conserverò più gelosamente sarà forse l’impressione di aver preso parte inconsapevolmente a una sorta di rituale collettivo, magico e potente, fatto di silenzi, di piccoli gesti e di liturgie individuali, distintamente apprezzabili anche a occhi chiusi, col frangersi delle onde come unico sottofondo. 

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