Per motivi abbastanza comprensibili, avevo deciso di portare con me a Dunhuang il libro “La via della seta”, scritto dallo storico tedesco Helmut Uhlig (1916-1997). Avevo infatti sperato di poter terminare la lettura di questo volume mentre mi trovavo in una delle città descritte nel libro, Dunhuang, che in tempi antichi rappresentò uno degli snodi più importanti lungo le vie commerciali tra Est e Ovest.
Ma il sensazionale fascino, l’indicibile rapimento che quei luoghi riuscirono a esercitare su di me, mentre visitavo le grotte di Mogao o camminavo nel deserto che lambisce la città, furono tali da impedirmi di dedicare la necessaria attenzione a questo bel libro, in cui l’autore descrive alcune delle città e delle dinamiche storiche più importanti che caratterizzarono la storia millenaria del commercio terrestre tra la Cina e l’Occidente.
Nel volume, l’autore ripercorre con competenza e dovizia di particolari l’evoluzione storica e sociale di alcuni dei popoli che vissero lungo le frontiere nordoccidentali della Cina, e che in un modo o nell’altro contribuirono in maniera decisiva a forgiare la storia successiva dell’impero cinese.
Prima ancora di Gengis Khan e della dinastia mongola che governò la Cina, i confini occidentali dell’impero furono percorsi in lungo e in largo da un numero infinito di popoli e tribù, appartenenti a tradizioni culturali estremamente diverse tra loro: genti iraniche e turche, unni e mongoli, passando per le orde arabe che in epoca tarda devastarono, conquistarono e assoggettarono buona parte di ciò che si trovava ad ovest della Cina, tra la Persia e l’impero di mezzo.

Città leggendarie lungo la via della seta
L’autore è riuscito a riversare la sua conoscenza diretta dei luoghi e delle città più importanti analizzate all’interno del libro, aggiungendo un tocco personale che rende il volume ancora più apprezzabile. Nel corso di numerosi viaggi in Cina e in Asia Centrale, a cavallo degli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, lo storico ebbe infatti modo di vedere con i propri occhi ciò che rimaneva di località carovaniere come Kashgar, Dunhuang e le città-oasi del bacino del Tarim.
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Non si tratta dunque di un’analisi fredda e analitica delle città che punteggiarono le antiche vie della seta, ma di un ricco resoconto in cui la passione per il racconto di viaggio si incontra con la profondità dell’approfondimento storico, dando vita a un dialogo proficuo e piacevole che caratterizza il libro dall’inizio alla fine.
Ogni libro dedicato all’Asia Centrale e alle vie della seta ha il pregio di contenere almeno una o due pepite di inestimabile valore per chi desideri approfondire la sua conoscenza dell’Oriente, per chi voglia entrare in diretto contatto con usanze dimenticate, con tradizioni o dettagli storici finiti anzitempo nell’oblio, e che senza le opere di divulgazione si sarebbero probabilmente perduti nelle nebbie della storia.
Uhlig ci ricorda ad esempio che i sogdiani, un’antica popolazione iranica che abitava nel cuore dell’Asia Centrale, avevano l’abitudine di spalmare con del miele le mani dei propri neonati, nella convinzione che in quel modo il denaro non si sarebbe mai staccato dalle loro dita. Ciò testimonia alla perfezione il significato del commercio e delle sue leggi sulla vita delle popolazioni locali, e il profondissimo impatto che fu in grado di esercitare sui popoli delle vie della seta.
L’autore dedica una sezione del libro anche al popolo dei turchi, che nei primi secoli dell’era volgare iniziò a espandersi e a prosperare proprio nell’area dell’Asia Centrale. Particolarmente interessante, a tal proposito, è il fatto che una delle innovazioni belliche più significative dell’epoca fu introdotta proprio da questo popolo, che oltre a gestire buona parte del commercio transcontinentale si occupava spesso anche di artigianato, ottenendo ottimi risultati.
Tra questi, l’autore menziona la corazza a lamine, sviluppata proprio dai turchi e divenuta in pochissimo tempo una soluzione di gran lunga preferibile alla tradizionale corazza a maglie. Rispetto a quest’ultima, infatti, la corazza a lamine era formata da una serie di anelli o scaglie sovrapposte, il che permetteva al guerriero di potersi muovere con grande agilità e disinvoltura. L’uso di questa corazza si diffuse ben presto in Cina, in Giappone e tra le popolazioni musulmane in rapida espansione. Perfino il profeta Maometto avrebbe indossato una di queste corazze, durante diverse campagne militari.
Per il lettore occidentale, i libri dedicati all’Asia Centrale dovrebbero avere un valore immenso. Attraverso la loro lettura, l’occidentale riesce a immergersi profondamente nella storia di regioni lontane e sconosciute, di cui non si parla mai tra i banchi di scuola o sui giornali, e che soltanto adesso stanno riemergendo dalle tenebre della storia in virtù del loro grandioso potenziale turistico. Nel caso del libro di Uhlig, all’interesse storico del contenuto si aggiungono anche uno stile espositivo fresco, accattivante, adatto a ogni genere di pubblico, e una passione genuina per l’Oriente che emerge vividamente da ogni pagina, da ogni singola parola.
