Città Bianche, di Joseph Roth

di Riccardo Intini

Joseph Roth scrive con lo stile degli dei. Anche in Città Bianche, una sua opera breve del 1925, l’autore intesse a meraviglia il racconto dei suoi vagabondaggi solitari in alcune città della Francia, spiazzando il lettore con i suoi caratteristici periodi brevi, icastici, essenziali.

In Città Bianche, Roth accompagna il lettore durante i suoi spostamenti tra diverse città francesi, dedicando un capitolo ad ogni città visitata. Particolarmente vivida è la descrizione di Marsiglia, del suo porto, della gente che lo popola. Alcune descrizioni sono di una tale lucidità che sembra quasi di trovarsi lì con Roth, in un improbabile tête-à-tête con i più loschi figuri che potessero trovarsi nello scalo marsigliese e nelle sue immediate adiacenze. Nelle pagine di Città Bianche, i destini degli uomini si scontrano fatalmente con la storia, con la politica, con lo zeitgeist dell’epoca, dando vita a testimonianze vivide e palpitanti che colpiscono il lettore nel profondo. 

Città bianche, un’opera memorabile

Ma come sempre, indipendentemente dal contenuto, le pagine di Roth si apprezzano soprattutto per l’estrema gradevolezza della forma, per la sua grande capacità di stupire il lettore, anche con poche parole. In effetti, la misura dello stile di Roth, la sua nettezza, sono senza dubbio tra le sue peculiarità più apprezzabili, forse quelle più evidenti in assoluto. 

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L'immagine rappresenta una versione stilizzata di Joseph Roth, uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi. E' l'autore di "Città bianche".
Anche in “Città Bianche”, Joseph Roth dimostra di possedere uno stile narrativo di altissimo livello. Non è un caso che qualcuno lo abbia definito “il reporter lirico”.

In ogni sua opera, sia essa un romanzo o un racconto breve, l’autore riesce a incastonare frasi di rara bellezza all’interno di descrizioni e periodi apparentemente scarni, vivificando la narrazione con un tocco di autentica magia. Ne citerò soltanto una, tratta dal romanzo Giobbe (1930). Per descrivere il momento culminante della fuga di alcuni disertori, che si trovavano sul punto di abbandonare (forse per sempre) il loro Paese natio, l’autore sceglie questa frase: “Si lasciarono cadere sul terreno umido di rugiada, restarono immobili, premettero il loro palpito contro la terra bagnata, commiato dei cuori dalla patria”. 

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