Racconti in un palmo di mano, di Yasunari Kawabata

di Riccardo Intini

Ho davvero tanto, troppo da dire su questo libro. Mi piacerebbe davvero limitarmi a un’analisi fredda e razionale della raccolta di racconti che ho appena finito di leggere, e a cui è stato dato il suggestivo titolo di “Racconti in un palmo di mano”, ma sarebbe del tutto impossibile. Le vicende connesse a questo libro sono oltremodo singolari. Non mi riferisco tanto al contenuto dell’opera o a uno qualsiasi dei racconti di Yasunari Kawabata contenuti al suo interno, che ho trovato abbastanza deludenti, ma a ciò che è successo al libro mentre lo stavo leggendo.

Per la prima volta nella mia vita, infatti, la storia reale e fisica del libro che stavo leggendo mi è sembrata più interessante di quella raccontata dall’autore al suo interno. Sarà molto semplice capire il perché: nel giro di un paio di mesi, questo volume ha conosciuto l’acqua del mare e quella di lago, e per brevissimi istanti anche quella piovana.

Oltre Kawabata

Per comprendere pienamente lo svolgersi di queste vicende, dall’inizio alla fine, è innanzitutto necessario un chiarimento in merito a una delle inveterate abitudini di chi sta scrivendo queste parole. Da tempo immemorabile, infatti, sono abituato a portare sempre con me uno o due libri, anche quando non sarebbe in alcun modo necessario.

Li metto sempre nella tasca più piccola del mio zaino, nel quale si trova spesso anche il computer portatile con cui lavoro. Alcuni la trovano un’abitudine stramba ed eccentrica, ma per me è sempre stato perfettamente normale. Perchè qualcuno non dovrebbe approfittare dei momenti di attesa o di pausa per leggersi un libro? A me capita soprattutto quando mi trovo in coda da qualche parte, mentre mi trovo in aeroporto o all’ufficio postale, o anche quando mi presento a un appuntamento con largo anticipo.

 

Un'immagine rappresentativa di un giovane scrittore giapponese, legata alla raccolta "Racconti in un palmo di mano" di Yasuari Kawabata

In buona sostanza, nel mio zaino non mancano quasi mai il computer portatile, una bottiglietta d’acqua e uno o due libri. È una sorta di kit di sopravvivenza che non abbandonerei mai, nemmeno quando mi trovo da qualche parte per lavoro. Ed è proprio in una di queste occasioni che la (deludente) raccolta di racconti di Yasunari Kawabata ha conosciuto l’acqua del mare, riuscendo sorprendentemente a salvarsi e a non trasformarsi in un’informe poltiglia. Mi trovavo a Trieste per realizzare un reportage su un evento sportivo internazionale, e nei cinque giorni trascorsi in questa bella città ho portato sempre con me il mio fedele zaino in cui avevo inserito il laptop e un libro (sì, proprio questa raccolta di racconti).

Mentre stavo salendo a bordo di un gommone che mi avrebbe portato al largo, in una posizione ottimale per scattare alcune fotografie, lo zaino è caduto disgraziatamente in acqua. Le mie letture di romanzi marinareschi mi avevano da tempo insegnato che il mare è un elemento “sommamente infido”, per dirla con le parole del grande Patrick O’Brian, ma durante la mia trasferta triestina devo essermene completamente dimenticato. Ho infatti commesso l’errore madornale di salire a bordo di un gommone tenendo lo zaino in mano, e non in spalla (dove dovrebbe sempre stare).

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Oscillazioni fatali

Una lieve oscillazione del gommone è risultata fatale: improvvisamente persi l’equilibrio, caddi e lasciai andare lo zaino, che finì in mare. Con un balzo riuscii quasi subito a estrarlo dall’acqua e a riportarlo a bordo – per qualche secondo rimasi sospeso sul fianco del gommone, trattenuto a stento per le gambe dai miei due eroici compagni mentre agguantavo lo zaino -, ma l’acqua di mare era già penetrata all’interno e aveva bagnato anche il libro di cui sto parlando.

Fortunatamente, i danni non sono stati irreparabili. Per qualche motivo, l’acqua ha bagnato solamente la parte inferiore e quella superiore delle pagine, lasciando misteriosamente asciutte le sezioni centrali. Anche lo storico segnalibro che uso da più di vent’anni si è miracolosamente salvato (grazie a Dio). In ogni caso, le pagine si sono manutenute umide a lungo, per giorni interi. 

Una ventina di giorni dopo, quando stavo seguendo un altro evento che si svolgeva sulle acque del lago di Como, le pagine del mio libro di Kawabata hanno conosciuto nuovamente l’acqua, con l’unica differenza che stavolta si trattava di acqua dolce. Quel giorno stavo solcando le acque lacustri a bordo di un gommone talmente minuscolo da riuscire a malapena a ospitare due persone, di cui una quasi sdraiata supina (quella persona ero io).

Ovviamente avevo con me il mio insperabile zaino, e mentre stavamo solcando le acque, in cerca di una buona posizione per scattare qualche fotografia, un po’ di acqua è inevitabilmente salita a bordo, bagnando lo zaino e ciò che si trovava al suo interno.

Questa volta le pagine sono riuscite ad asciugare molto più in fretta – forse perché avevano già conosciuto i terribili effetti dell’acqua di mare ed erano in qualche modo preparate  -, ma la mia sorpresa non è stata certamente inferiore rispetto alla prima volta. Anche in questo caso, il libro era riuscito a sopravvivere e ad uscirne praticamente indenne. Ora l’ho inserito in uno degli scaffali della mia libreria, e sembra avere un aspetto molto più usurato e consunto di tutti gli altri. 

Il contenuto letterario

Ho deciso di raccontare questi fatti perché li ritengo di gran lunga più interessanti del contenuto letterario del libro. L’opera contiene diverse decine di brevissimi racconti scaturiti dalla penna di Yasunari Kawabata, un autore che avevo già avuto modo di apprezzare qualche anno fa per alcuni suoi romanzi (come Il suono della montagna). Questa volta, tuttavia, la delusione è stata pressoché totale. Mi riesce davvero difficile salvare anche soltanto uno dei racconti inseriti in questa raccolta, e non soltanto per ragioni puramente letterarie.

In un certo senso, le ragioni di questa valutazione vanno probabilmente ricercate nella traduzione italiana dell’opera e in alcuni tratti distintivi dello stile dell’autore. Sin dai primissimi racconti, ho avvertito immediatamente un certo fastidio per alcune scelte lessicali evidentemente discutibili e per una certa ambiguità di fondo che sembrava pervadere l’intera opera.

Mentre la lettura procedeva a fatica, e con sempre maggiori perplessità, a un certo punto mi sono imbattuto in una nota che ho giudicato sin da subito particolarmente illuminante. Nel breve testo a piè pagina, si sottolineava il fatto che l’autore, nel corso della sua carriera, ricevette alcune critiche per “l’ambiguità di certe frasi”, ritenute da alcuni “mancanti di un soggetto esplicito”. In un certo senso mi sono sentito rincuorato, perché si trattava dello stesso genere di ambiguità che avevo percepito anche io sin dalla primissima pagina del libro. 

Un'immagine rappresentativa di un tipico paesaggio giapponese, legata alla raccolta "Racconti in un palmo di mano" di Yasuari Kawabata

A tratti, anche la traduzione mi è sembrata singolarmente curiosa. Le scelte che mi hanno stupito di più sono quelle legate ad alcune parole del tutto inesistenti o appartenenti al gergo dialettale, se non addirittura colloquiale. Gli esempi più lampanti comprendono “atrore”, “puntimbianco” e “affianco” (usato come avverbio di luogo e non come la prima persona del verbo affiancare).

Oltre a queste scelte abbastanza caratteristiche, la traduzione non sembra essere stata in grado di gestire sapientemente l’intenzionale ambiguità utilizzata talvolta dall’autore, restituendola al lettore comune in una forma comprensibile. L’alone di mistero comunemente associato al Buddhismo Zen (che Kawabata menziona più volte nel testo) si sarebbe certamente potuto trasmettere in altre forme, molto più chiare ed eleganti. Questa traduzione è riuscita a scatenare soltanto una vivissima irritazione. Sarà dunque comprensibile il mio stupore, quando ho scoperto che questa stessa traduzione aveva addirittura vinto un importante premio non molto tempo fa.

Una collana promettente

Questa raccolta appartiene a una serie di 35  volumi pubblicati qualche anno fa dal quotidiano la Repubblica, conosciuta come “I capolavori della letteratura giapponese”. Ho già letto quattro volumi di questa collana, e ammetto di essere rimasto particolarmente colpito dai lavori di Ango Sakaguchi (Sotto la foresta di ciliegi in fiore e altri racconti) e di Edogawa Rampo (La belva nell’ombra). 

Mi era sembrata sin da subito una collana molto promettente, in particolare per l’accuratezza grafica delle copertine e per l’alto livello degli autori proposti. Questi libri venivano venduti diversi anni fa insieme a La Repubblica, ma per qualche motivo non ne avevo mai sentito parlare. Li ho scoperti in maniera del tutto casuale mentre mi trovavo in Calabria, in una calda estate di due anni fa.

Stavo partecipando a un evento serale in una località di mare in provincia di Cosenza, quando la mia attenzione venne immediatamente attirata da una bancarella di libri usati. Tra i vari titoli – proposti a prezzi stracciati, come capita spesso in queste occasioni – si trovavano anche alcuni volumi della collana di Repubblica a cui appartiene anche la raccolta di Kawabata. Ovviamente non ho esitato nemmeno un istante, e ne ho presi il più possibile (non li ho ancora tutti). 

Chiudendo l’ultima pagina di questo volume, mi sono sorpreso a domandarmi se gli spiriti eletti dell’accademia svedese che assegna il Nobel, al netto della proverbiale imperscrutabilità dei propri giudizi, non avrebbero potuto scegliere altri autori per il conferimento del loro premio, selezionandoli magari tra quelli che si stavano distinguendo nella stessa nazione di Kawabata, più o meno nello stesso periodo, ma con risultati letterari molto, molto diversi. 

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