Qualche settimana fa, parlando di Yukio Mishima, avevamo avanzato l’ipotesi che alcune sue opere, come Trastulli d’animali, potessero essere annoverate tra i romanzi del “Mishima minore”. Ma con La Voce delle Onde, un suo romanzo del 1954, l’autore sembra dare invece il meglio di sé, avvicinandosi alle vette di tensione erotica toccate con alcuni dei suoi lavori migliori (come Confessioni di una maschera).
Ne La Voce delle Onde, in ogni caso, l’elemento erotico passa in secondo piano, sovrastato e soverchiato da uno dei principali protagonisti del romanzo: il mare. La storia è infatti ambientata sull’isola di Uta-jima, un piccolo paradiso naturale affacciato sull’Oceano Pacifico. E nel corso della narrazione, via via che la storia d’amore tra il giovane pescatore Shinji e la bella Hatsue entra nel vivo, il mare acquista un’importanza sempre più decisiva, accompagnando il lettore con il morbido ritmo delle sue onde.

Nel romanzo di Mishima, il mare non rappresenta un nemico, un elemento ostile dal quale difendersi, ma un vero e proprio protagonista, una sorta di formidabile alleato con una grande presenza scenica. Il canto delle onde sembra infatti favorire il pescatore Shinji nella sua conquista della giovane Hatsue, e allo stesso tempo continua a cullare il lettore dalla prima all’ultima pagina, immergendolo in un’ipnotica dimensione onirica dalla quale non riuscirà a distaccarsi.
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Il miglior Mishima?
In quest’opera l’autore non cerca di trasmettere grandi verità o insegnamenti universali, come accade invece in altri suoi romanzi, ma sembra quasi cedere il passo alla voce eloquente e rasserenante del mare. Con La Voce delle Onde, Mishima precipita il lettore in un’apnea insolitamente piacevole che non vorremmo mai interrompere. E l’effetto complessivo è meraviglioso, meraviglioso.
