Gioco all’alba, di Arthur Schnitzler

di Riccardo Intini

In precedenza ho già parlato di Arthur Schnitzler. Qualche anno fa dedicai un pezzo a una delle sue opere più apprezzate, Doppio sogno, un racconto del 1926. Nei decenni successivi, questo libro ispirò Stanley Kubrick per la realizzazione del thriller erotico Eyes Wide Shut.

Questa volta vorrei tornare a parlare di Schnitzler a proposito di un altro dei suoi racconti, forse meno potente e conosciuto di Doppio Sogno, ma dotato in egual modo di un’indefinibile carica ammaliante e perturbatrice. Mi riferisco a Gioco all’alba, scritto nel 1927 e apparso in Italia anche nella bella edizione di Adelphi del 1992 (anche questo volume è stato pescato in maniera quasi casuale dalla bancarella di un mercatino dell’usato).

La vicenda ruota attorno alle disgrazie di un giovane tenente che, nel tentativo di vincere una certa somma di denaro per aiutare un ex collega fortemente indebitato, finisce per mettersi a sua volta nei guai, contraendo un debito dieci volte maggiore rispetto a quello del collega e finendo sull’orlo del baratro. Il suo creditore, un mellifluo e ombroso console, lo mette in guardia sin da subito: se non fosse riuscito a restituire il denaro nel giro di pochi giorni, sarebbe stato denunciato pubblicamente.

Il racconto – in cui Schnitzler ci concede anche qualche apprezzatissimo lampo di umorismo folgorante – offre al lettore uno scorcio privilegiato all’interno dell’animo di un giocatore sostanzialmente inesperto, che si abbandona alla liturgia del gioco d’azzardo non tanto per una debolezza personale, o patologica, ma soltanto per aiutare un ex collega in difficoltà.

Alcuni ufficiali seduti attorno a un tavolo da gioco. L'immagine è legata al romanzo "Gioco all'alba" di Arthur Schnitzler

Nelle pagine di Gioco all’alba, il tenente Willi diventa il simbolo vivente (e la vittima) della precarietà e degli stenti vissuti in quell’epoca dagli ufficiali dell’esercito, i quali, pur potendosi fregiare dei propri luccicanti galloni, rimangono comunque delle esili figurette in balia degli eventi, alla mercè di di una società perversa, avvelenata dalla diabolicità del gioco e delle donne.

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Il ritmo di Schnitzler

Il ritmo è rapinoso, incalzante, tanto che l’intero racconto (abbastanza breve) può essere facilmente letto nel giro di poche ore. Un elemento degno di nota è la caratterizzazione della figura femminile di Leopoldine, ex amante di Willi, alla quale il povero tenente cerca di rivolgersi al fine di ottenere la somma di denaro da restituire al console.

Alcuni tratti della donna – in cui convivono civetteria e crudeltà, malizia e opportunismo – ricordano da vicino le femmes fatale apparse altrove, in altri capolavori letterari del Novecento (e anche nel secolo precedente). Nella fisionomia di Leopoldine, sembrano risaltare con evidenza le forme inconfondibili di quell’archetipo femminile a cui Gustav Jung dedicò alcune delle sue migliori pagine, e che si scorge chiaramente anche in Ayesha, uno dei migliori personaggi scaturiti dalla penna dello scrittore britannico Henry Rider Haggard (è lo stesso Jung a parlare di questo personaggio nel suo Inconscio Collettivo).

Gioco all’alba è una di quelle opere in grado di catturare l’attenzione del lettore dall’inizio alla fine, trascinandolo in un vortice di emozioni estremamente intense. Ancora una volta, lo stile di Schnitzler si lascia apprezzare per la sua nettezza, per la grande lucidità, per la capacità di mescolare sapientemente toni tragici e note vagamente umoristiche, mantenendo sempre un eccezionale equilibrio formale. Nessuno potrà mai rimpiangere il tempo dedicato a Gioco all’alba.

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