Per buona parte del 2012 – e anche del 2016 – le mie domeniche mattine seguirono una routine ben precisa. Dopo una rapida colazione, mi precipitavo nella più vicina edicola e agguantavo una copia de Il Sole 24 Ore, sperando che nessuno fosse riuscito a sottrarmi l’inserto che in quei giorni veniva venduto insieme al quotidiano.
Il mio interesse non veniva suscitato unicamente dall’inserto culturale della domenica, sempre ricco di spunti estremamente validi, ma anche dai piccoli volumi di racconti della collana “I Libri della Domenica – Racconti d’Autore”, che per diversi mesi furono proposti insieme al numero domenicale del giornale al prezzo di 50 centesimi l’uno. La seconda serie della collana venne pubblicata quattro anni dopo, nel 2016, con le stesse modalità di quella precedente (ma con significative differenze nell’aspetto delle copertine).
Le due serie comprendono diverse decine di piccoli volumi di racconti, ognuno della lunghezza di circa 70 pagine, accuratamente selezionati tra alcune delle migliori pubblicazioni classiche e contemporanee. Queste piccole raccolte – che si presentavano invariabilmente con una copertina accattivante e un design estremamente pratico – ebbero un notevole impatto sulle mie letture dell’epoca, poiché mi consentirono di familiarizzare con scrittori o scrittrici di cui non avevo mai sentito parlare, e che in buona parte appartenevano a tradizioni culturali molto diverse da quelle a cui ero abituato.
Sono particolarmente riconoscente alle pubblicazioni della seconda serie, senza le quali (forse) non avrei mai avuto modo di apprezzare le opere di Joseph Roth, di Virginia Woolf o di Alberto Moravia (solo per citare alcuni di quelli che mi colpirono di più).
Pochi giorni fa ho terminato la lettura di L’uccello bianco, di Denis Diderot, che appartiene alla prima serie di pubblicazioni dei Racconti d’Autore. Il racconto ha suscitato in me una miscela di emozioni contrastanti, destando di volta in volta un timido apprezzamento (ma solo per alcune parti) e un’annoiata indifferenza che non mi sarei mai aspettato da un’opera francese. Il racconto, sviluppato in forma di dialogo, ripercorre le improbabili trasmutazioni del rampollo imperiale giapponese, che esplora il mondo con le sembianze di un impertinente uccello bianco.

Oltre alla sovrana di un fantomatico regno orientale – alla quale la storia viene narrata – e a una piccola schiera di suoi intrattenitori, la ricerca della verità (e la verità stessa) rappresentano forse i veri protagonisti di questo racconto, che come tutti gli altri della serie non supera le 70 pagine. In effetti, il breve racconto di Diderot può essere interpretato come una grande allegoria filosofica dal tono leggero e vagamente ironico, inframezzata da qualche tiepidissimo elemento erotico.
Diderot e “Le Mille e Una Notte”
Non è difficile scorgere alcune evidenti somiglianze tra questo racconto e l’impostazione narrativa de “Le Mille e una Notte”, a partire dal fatto che la storia viene raccontata a una sultana da una schiera variegata di narratori che si alternano ogni pochi minuti, fino al momento in cui la sovrana non si addormenta. Per parte mia, l’identificazione di una tale somiglianza è stata facilitata dal fatto che sul mio comodino, in questi bizzarri giorni d’estate, si trova proprio il primo volume dell’edizione de “Le Mille e una Notte” proposta qualche anno fa da Einaudi, al quale mi abbandono quasi ogni sera prima di coricarmi (al momento sto leggendo la storia del barbiere di Baghdad, che consiglio vivamente).
Non è un caso che Diderot abbia scelto una simile impostazione. Dopotutto, nel periodo in cui venne scritto “L’uccello bianco” (nel 1748) la passione europea e francese per il gusto orientale si trovava al proprio acme, tanto che diede vita a un vero e proprio genere letterario conosciuto come contes orientaux (racconti orientali).
Furono dunque queste fiabe esotiche a ispirare Diderot per la stesura di questo racconto, che con grande delicatezza si prende gioco dello sfarzo delle corti orientali, degli intrighi amorosi che vi si consumano, ma anche della faticosa ricerca della Verità, che per l’occasione viene trasfigurata in una fata. Spostandosi da nazione a nazione, l’uccello bianco (ossia il principe giapponese) si intrattiene con molte vergini e si misura con diversi spiriti maligni, muovendosi in contesti eterei e incantati che assomigliano alle classiche ambientazioni fiabesche.
È un vero peccato che i gruppi editoriali italiani abbiano smesso di pubblicare collane simili ai “Racconti d’Autore”, che davano modo a chiunque di avvicinarsi in maniera morbida e graduale alla letteratura classica e contemporanea. La brevità dei volumi sarebbe enormemente apprezzata anche al giorno d’oggi, in una fase storica estremamente complessa in cui gli interessi della maggior parte delle persone sembrano rivolgersi altrove.
