Era da tantissimo tempo che non mi capitava di leggere qualcosa di così buono. La linea d’ombra di Joseph Conrad è uno di quei rari volumi che riescono a sfiorare certe delicatissime corde e a imprimersi a fondo nell’animo del lettore, lasciandovi un’impressione profonda e duratura. Ovviamente è stato così anche per me, per cui potrete di sicuro immaginare quanto sia grato al venditore di libri che quel giorno, durante un mercatino dell’usato domenicale, decise di esporre sulla propria bancarella dei curiosi volumetti che venivano distribuiti insieme alla rivista Epoca alla fine degli anni ’80.
Non avevo mai visto questi libri, ma un paio di titoli attirarono subito la mia attenzione. Uno di questi era proprio il capolavoro di Joseph Conrad, lo stesso che avevo sentito nominare per tanti anni e che tuttavia non avevo ancora avuto l’occasione di leggere. Lo interpretai subito come un segno del destino, per cui non persi tempo e lo acquistai senza esitare.
Pur essendo molto breve, il volume è talmente denso che sembra racchiudere in sé un numero spropositato di esistenze umane e di universi narrativi. La vicenda è quella di un giovane marinaio che decide improvvisamente di abbandonare il proprio lavoro a bordo delle navi e di tornarsene a casa, nella convinzione che la parte successiva della sua esistenza non sarebbe trascorsa in mare.

L’incontro con il capitano Giles, che come lui alloggiava temporaneamente in una pensione nei dintorni di un porto orientale, gli fa cambiare rapidamente idea. All’orizzonte si profila la prospettiva di assumere il comando di una nave. Per lui, che fino a quel momento era stato al massimo un primo ufficiale, sarebbe stata un’occasione unica: il suo primo, autentico comando.
Il richiamo del mare è troppo forte, e il giovane marinaio decide dunque di imbarcarsi e di assumere per la prima volta il comando di un’imbarcazione. Di fronte a una simile prospettiva, il protagonista non sembra esitare minimamente, nemmeno quando il capitano Giles – un vecchio lupo di mare – gli profetizza che nel giro di poco tempo si sarebbe ritrovato sommerso dai guai. In effetti, sin dal primo giorno il giovane comandante deve misurarsi con la scontrosità del primo ufficiale, con la malattia che infiacchisce l’equipaggio, con l’assenza di vento e con tutti i possibili inconvenienti legati alla vita di mare.
Una delle parti più dense di significato è quella in cui la nave è costretta a rimanere ferma a causa dell’assenza di vento, in una estenuante staticità che finisce per logorare il fisico e l’animo di tutti coloro che si trovano a bordo, portandoli spesso sull’orlo del delirio. Il resoconto di quei tragici giorni di immobilità finisce per diventare una toccante analisi esistenziale, nel corso della quale il giovane comandante si misura più volte con la sua essenza di marinaio, con la sua evidente appartenenza all’elemento marittimo, ma anche con la consapevolezza che l’abbandono di quella professione non avrebbe avuto alcun senso. Del resto era un marinaio, e lo sarebbe stato per sempre.
Il definitivo superamento della linea d’ombra
Questa consapevolezza emerge con particolare chiarezza nei momenti più bui del suo primo comando, nei giorni in cui gli uomini a bordo della nave erano rimasti solamente in due. Il passaggio dalla giovinezza all’età adulta, il cui senso più profondo è racchiuso proprio in quella linea d’ombra che dà il titolo all’opera, avviene in uno dei contesti più duri e sfidanti in assoluto, in una situazione estrema in cui il carattere e l’essenza più pura degli uomini finiscono per emergere definitivamente, spazzando via ogni possibile dubbio in merito al proprio ruolo nell’esistenza.
Non credo che questi giudizi siano influenzati dalla mia passione personale per il genere marinaresco, per il quale ho sempre provato qualcosa di simile a un amore misterioso e irresistibile (soprattutto grazie alle opere di Patrick O’Brian e Cecil Forrester). Non sono il primo ad affermare che La linea d’ombra dovrebbe rientrare nel novero dei capolavori della letteratura mondiale, e con ogni probabilità non sarò nemmeno l’ultimo (per fortuna).
