Non avevo mai letto nulla di Milan Kundera. Ho trovato questo libro in una marea disordinata di volumi sparpagliati su un tavolo durante un mercatino domenicale, insieme ad altre edizioni Adelphi e ad alcune opere meno interessanti. In queste occasioni mi fiondo spesso sui volumi Adelphi che mi capita di intravedere tra le bancarelle, soprattutto per il rapporto qualità-prezzo.
Portarsi a casa uno di questi volumetti per uno o due euro, indipendentemente dall’autore o dalla lunghezza del libro, rappresenta quasi sempre un ottimo affare per chi è in cerca di letture di qualità. Fino a poche settimane fa, questa convinzione era talmente radicata in me da aver acquisito la perentorietà di un dogma. Ma da qualche giorno, in maniera abbastanza clamorosa, si è dissolta come neve al sole, confermando di essere soltanto un vano e sterile pregiudizio.
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Il romanzo di Milan Kundera intitolato L’identità non mi è piaciuto per niente. In realtà l’inizio era stato entusiasmante, e per qualche ora mi ero convinto di aver trovato un altro autore in grado di interessarmi e di spingermi ad approfondire altri suoi lavori. Dopo qualche decina di pagine, tuttavia, questo romanzo sembra perdere improvvisamente il vigore e il ritmo iniziali, trascinandosi stancamente verso uno sviluppo e una conclusione che non ho trovato per nulla interessanti.
L’identità di Milan Kundera: un’occasione persa?
La trama ruota attorno a una coppia di 30-40enni, Jean-Marc e Chantal, costantemente in preda ai dubbi sul loro rapporto amoroso e alla noia esistenziale che sembra attraversare le loro vite. La donna si domanda con insistenza se possa ancora piacere agli uomini, mentre Jean-Marc si interroga sul significato arbitrario e talvolta sfuggente che si finisce per attribuire alla persona amata e alla sua specifica identità.

Entrambi, a modo loro, sembrano impegnarsi continuamente per portare avanti un intenso lavorio mentale che finisce inevitabilmente per sfinirli. Il ritrovamento di una lettera segreta da parte di un ammiratore misterioso, per qualche giorno, sembra riaccendere la vitalità di Chantal, che inconsapevolmente inizia ad assecondare i gusti e le peculiari richieste dello spasimante.
Una successione di eventi poco incalzante, inframezzata da qualche bel colpo di scena, accompagna il lettore fino alla fine del libro, lasciandogli un’impressione poco chiara e solo parzialmente definita.
In un primo momento, avevo attribuito lo scemare del mio interesse a un fatto abbastanza singolare che mi riguarda in prima persona. Da qualche tempo, infatti, oltre ai testi letterari, mi sto dedicando con regolarità anche alla lettura di saggi, di opere storiche e scientifiche, di trattatelli artistici o filosofici.
Gli argomenti ben definiti e la precisione degli scopi di questi volumi, in un certo senso, potrebbero aver sensibilmente influenzato i miei gusti, spingendomi sempre più verso le letture accademiche e allontanandomi dalle frivolezze e dalle romanticherie della letteratura. Per qualche settimana ne sono stato davvero convinto, ma alla fine ho dovuto ricredermi.
Una cocente delusione
L’identità di Milan Kundera è scritto magnificamente, ma lo sviluppo narrativo sembra essere del tutto privo di quel ritmo e di quella forza trainante che ho avuto la fortuna di incontrare altrove. Nonostante si tratti di un volume molto breve, ammetto di averne terminato la lettura con una certa fatica, aggrappandomi solamente al desiderio che finisse il prima possibile.
Sono anche abbastanza deluso, poiché Milan Kundera era parte integrante della mia personalissima lista di autori o autrici di cui avevo sentito parlare e di cui avrei voluto leggere qualcosa il prima possibile, nella speranza che potesse avvicinarsi alle prime posizioni del mio pantheon letterario.
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Tuttavia, non posso escludere con assoluta certezza che non rimetterei le mani su un nuovo volume Adelphi di Kundera, se dovessi scorgerlo – probabilmente capovolto o ridotto a mal partito – su una bancarella di libri usati. A volte è davvero difficile tenere a freno i propri istinti.
