Periodo del viaggio: agosto 2026
Qualcuno parla di Bucarest come di una delle capitali europee del brutalismo, inserendola talvolta in pompose classifiche che comprendono quasi sempre anche Belgrado (spesso al primo posto) e altre città come Skopje e Londra.
Dopo aver trascorso nella capitale rumena un torrido weekend di inizio agosto, devo riconoscere che in questa città ho colto solamente dei debolissimi richiami al brutalismo, degli echi flebili e quasi impercettibili, paragonabili a sussurri emessi senza troppa convinzione.
Non era un viaggio programmato da tempo, ho deciso di andarci quasi all’ultimo minuto, e naturalmente non ho preso un volo per la Romania solamente per fotografare qualche edificio brutalista.
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L’idea originale era di mettere piede in una città in cui non ero mai stato, in una capitale caratterizzata da una storia sociale e politica abbastanza stimolante, soprattutto per chi desideri esplorare tutte quelle località che conservano ancora le tracce di un passato complesso e turbolento.
Negli sguardi delle persone che ho incontrato per strada, nei mercati e nei lunghi viali alberati di Bucarest ho visto speranza, fierezza e consapevolezza, spesso frammiste a un’oscura inquietudine senza nome e difficilmente identificabile.

Esplorando Bucarest a piedi
Ho esplorato la città soprattutto nelle ore mattutine e nel tardo pomeriggio, dal momento che le elevatissime temperature del mese di agosto rendevano abbastanza problematica la permanenza all’aperto nelle ore centrali della giornata.
La mattina successiva al mio arrivo ho visitato uno dei mercatini più importanti e interessanti di Bucarest, il Bazarul cu Amintiri. A differenza degli altri mercatini che ho visitato in Italia e in altre nazioni, questa volta ho dovuto pagare una piccola somma per potermi aggirare tra le bancarelle (pagabile solo in contanti). Di certo ne è valsa la pena, perché si tratta di un evento davvero imperdibile per gli amanti di queste manifestazioni.
Non credo di aver mai visto pile di vestiti più alte di quelle che ho ammirato in questo mercatino, in cui ho passato in tutto circa un’ora e mezza. Tra le bancarelle si può trovare davvero di tutto: vestiti, utensili, quadri, magliette sportive, scarpe da donna con tacchi alti, cartoline, libri, e così via. È stata sicuramente una meta molto interessante, e mi sentirei di consigliarla a tutti coloro che si ritroveranno a visitare Bucarest durante il weekend.
Nelle ore successive ho passeggiato a lungo per la città, fermandomi solamente qualche minuto per guardare da vicino gli edifici più interessanti da un punto di vista architettonico. Il programma che avevo preparato includeva Sala Palatului, il Teatro Nazionale, il Palazzo del Parlamento e RomExpo (il complesso fieristico di Bucarest), oltre a Casa Presei e ad altre meno importanti.
Nessuna di queste destinazioni mi ha entusiasmato particolarmente, forse perché non avevano praticamente nulla dello stile brutalista che stavo cercando. Più che al brutalismo, infatti, queste realizzazioni sono forse accostabili a un modernismo strutturale, a uno stile architettonico severo e monumentale che sembra aver contraddistinto la città in diverse epoche della sua storia.
Due belle sorprese
Le vere sorprese, per me, sono arrivate in modo del tutto inaspettato e spontaneo, e riguardano due località che non facevano parte del mio piano di esplorazione originario (e nemmeno di qualsiasi altro percorso turistico elaborato per la città di Bucarest, suppongo).
Mentre stavo rientrando in albergo, una sera mi sono imbattuto in modo del tutto casuale in uno degli edifici che compongono l’Università di architettura e urbanistica Ion Mincu, situata in una posizione semi-centrale a breve distanza dal Teatro Nazionale.
Le linee moderne e geometriche che hanno attirato la mia attenzione non fanno parte del corpo originario degli edifici dell’università, risalente a un periodo compreso tra il 1916-1927, ma caratterizzano uno dei complessi aggiunti in seguito durante un ampliamento completato tra gli anni Sessanta e Settanta.

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In ogni caso, lo stile peculiare e vistoso di questo edificio ha irrimediabilmente attratto la mia attenzione, non foss’altro per la sua capacità di distinguersi dalle architetture circostanti e di evocare uno slancio positivo, moderno, carico di speranze.
L’edificio deve avermi colpito in modo davvero particolare, perché il giorno dopo ci sono tornato per fotografarlo di nuovo, in un momento della giornata che ritenevo particolarmente favorevole alla fotografia.
Un’altra bella sorpresa è stata quella che ho incontrato, in maniera altrettanto casuale, mentre stavo vagabondando a ridosso della Old Town. In questo caso, ciò che mi sono trovato davanti rappresenta forse una sintesi estrema dello stile architettonico modernista degli anni ’30 e degli stilemi successivi legati al periodo comunista.
Un monumento annerito
Mi riferisco a quell’imponente torre annerita – e da alcuni definita “ecomostro” – situata all’angolo tra Strada Doamnei e Strada Academiei. Il cemento ben visibile, l’orizzontalità delle fasce e la totale assenza di elementi decorativi avevano evocato in me qualche impressione brutalista, ma uno sguardo più attento mi ha indotto quasi subito a cambiare idea.

Lo sviluppo cilindrico del corpo principale e le linee curve mi hanno rimandato immediatamente allo Streamline moderne, al modernismo interbellico, e un’indagine successiva sulla storia dell’edificio mi ha permesso di gettare ulteriore luce sulla sua evoluzione.
L’edificio precede di diversi decenni il periodo comunista: venne infatti realizzato tra il 1935 e il 1936, ed è attribuito a tre diversi architetti. In origine venne costruito per la compagnia assicurativa Adriatica, ma negli anni successivi divenne la sede dell’impresa statale Tehnoimport durante il periodo comunista.
Il nome di quest’ultima impresa è ancora ben leggibile in una delle fasce più basse dell’edificio, che da qualche anno è considerato a tutti gli effetti un monumento storico.
Al di là degli aspetti architettonici, ho apprezzato Bucarest soprattutto per la sua capacità di sintesi culturale, per la sua tolleranza nei confronti di svariate religioni, per la bellezza densa e silenziosa di alcuni suoi quartieri (come quello armeno). La sensazione è che le sorprese possano essere sempre dietro l’angolo.
Anche questa volta, ho avuto la conferma che i momenti migliori di qualsiasi viaggio non possono in alcun modo essere programmati o propiziati da un’attenta pianificazione. Nella maggior parte dei casi, ti si presentano davanti agli occhi in modo del tutto inaspettato, a muso duro, lasciandoti temporaneamente senza fiato.
