La figlia dell’uragano (Child of Storm), di Henry Rider Haggard

di Riccardo Intini

All’età di 14 anni, in maniera del tutto casuale, mi capitò tra le mani il romanzo “Le miniere di Re Salomone”, dello scrittore britannico Henry Rider Haggard (1856-1925). È forse il più celebre dei romanzi che ruotano attorno al personaggio di Allan Quatermain e alle sue avvincenti spedizioni in Africa, nei territori degli Zulù, dove ha modo di mettersi in mostra come cacciatore e avventuriero.

Decisi di portare il libro con me anche in vacanza, al mare, senza immaginare nemmeno lontanamente l’influenza che avrebbe avuto su di me negli anni successivi. Ancora adesso, ripensandoci a distanza d’anni, non so spiegare le vere ragioni che mi spinsero a provare un interesse così intenso e apparentemente irrazionale verso il personaggio inglese di Allan Quatermain, che nell’immaginario collettivo rappresenta una sorta di archetipo vivente dell’avventuriero brillante e coraggioso, sempre armato di fucile e di buone intenzioni.

In qualche modo, sento che questa curiosa attrazione (che provo anche adesso, con la medesima intensità) è legata al fatto che Quatermain rappresentasse un inglese in terra straniera, un europeo sperduto (ma perfettamente a proprio agio) in una terra ostile e selvaggia, lontanissima da casa. In tutto ciò mi parve di scorgere un’inebriante scintilla di romanticismo, un elemento indefinibile ed entusiasmante che riuscì a toccare alcune delicatissime corde, lasciando impressioni profonde e durature.

Un'immagine rappresentativa di Allan Quatermain, il protagonista di numerosi romanzi d'avventura scritti da Henry Rider Haggard
I romanzi di Henry Rider Haggard dedicati ad Allan Quatermain hanno cambiato la vita di molte persone, compresa la mia.

Le vibrazioni causate da quel primo, fatale contatto continuano a riverberarsi in me ancora oggi, con la stessa forza di allora. Non potevo saperlo, ma nel momento in cui le percepii per la prima volta era nata la mia passione per la letteratura, e forse anche per l’esplorazione.

Era infatti la letteratura che si occupava di quelle questioni che mi parvero così affascinanti, così entusiasmanti e dense di significato. Era il medium che si frapponeva fra la curiosità innata di un giovane essere umano e ciò che si trovava al di là, fra il buio e la luce, fra l’ingenuità giovanile e la conoscenza libresca di cui avevo tanto sentito parlare.

L’impressione suscitata in me era stata talmente forte che non avvertii subito il bisogno di leggere anche le altre opere di Haggard dedicate ad Allan Quatermain, nonostante fossero abbastanza numerose. Sentivo infatti che quel misterioso personaggio, in un modo o nell’altro, mi aveva indicato il cammino da percorrere. Negli anni successivi lessi soltanto altre due opere del ciclo di Allan Quatermain: La città nascosta (il sequel de “Le miniere di Re Salomone”) e La vendetta di Maiwa.

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La figlia dell’uragano, un’opera eterna

In totale, tra racconti brevi e romanzi, le opere di Haggard dedicate ad Allan Quatermain sono una ventina. Alcune di queste (pochissime) sono state tradotte anche in italiano, ma la maggior parte rimane ancora inedita. Tra le opere tradotte nella nostra lingua figura anche “La figlia dell’uragano” (Child of storm), un romanzo del 1913 in cui il saggio Allan Quatermain si trova alle prese con gli intrighi politici degli Zulù e con la seducente malizia della bella Mameena, tanto affascinante quanto desiderosa di potere, dalla quale rischia di lasciarsi soggiogare in più di un’occasione.

Nel romanzo appare anche un altro straordinario personaggio, lo stregone Zikali, la cui caratterizzazione meriterebbe di sicuro una trattazione a parte. In ogni caso, anche in quest’opera il buon Quatermain ha modo di dimostrare le sue eccezionali qualità guerresche e diplomatiche, diventando suo malgrado un costante punto di riferimento per le popolazioni Zulù e per i loro capi, di cui è spesso il consigliere.

In gioco, questa volta, c’è la successione al trono degli Zulù, contesa tra i due figli maschi del sovrano. La forza di questo romanzo, in un certo senso, risiede anche nella (riuscitissima) caratterizzazione dei personaggi secondari. Oltre al già citato Zikali, un altro personaggio degno di nota è il padre della bella Mameena, l’ingenuo Umbezi, autoproclamatosi “Distruttore di elefanti” in seguito a un fortunato scontro con uno di questi enormi pachidermi.

La lettura è stata certamente godibile, anche grazie ai dialoghi pungenti, diretti e ben congegnati. Non so quali criteri abbiano spinto l’editoria italiana del dopoguerra a puntare su questa specifica opera e a proporla al pubblico dell’epoca, ma il tentativo – per quel che mi riguarda – può senza dubbio considerarsi riuscito. L’edizione che ho tra le mani è quella di Sonzogno del 1959, ma negli ultimi anni ne sono apparse anche altre (una delle ultime è di Landscape Books, che avrebbe in programma di tradurre in italiano tutte le opere del ciclo di Allan Quatermain nei prossimi anni).

Questo scritto non sarà certamente l’unico dedicato alle opere di Haggard incentrate su Allan Quatermain. Con qualche difficoltà, sono infatti riuscito a procurarmi gli altri volumi della saga in lingua inglese, per cui non passerà molto tempo prima che ne legga un altro. A quel punto, sarò forse riuscito a comprendere qualcosa in più sulle ragioni che causarono la mia folle attrazione per le vicende di questo personaggio letterario. Non sono certo di poterle comprenderle fino in fondo, nemmeno dopo aver letto l’intera saga. Ma trattandosi di Quatermain, vale comunque la pena provarci.

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