Non so quale misterioso istinto mi spinse ad acquistare il romanzo Orlando, di Virginia Woolf, durante una di quelle visite mattutine ai mercatini domenicali in cui si vende un po’ di tutto. Con ogni probabilita’, l’impressione lasciata in me da Mrs. Dalloway era ancora troppo intensa per poter ignorare un’opera di un’autrice che ho imparato ad amare e ad ammirare nel corso degli anni, anche grazie ad alcune fortunate iniziative editoriali lanciate tempo fa da un importante quotidiano italiano.
Non potevo in alcun modo immaginare che Orlando si sarebbe rivelato un autentico scrigno di delizie, un potente innesco per ulteriori approfondimenti sulla relazione amorosa e sugli scambi epistolari tra Virginia Woolf e la poetessa Vita Sackville-West, alla quale Orlando è interamente dedicato. Quella che mi capitò tra le mani – e che comprai per un paio di euro – è l’edizione di Rizzoli del 1993 appartenente alla collana dei Superclassici, corredata da una folgorante introduzione di Viola Papetti (a cui suggerisco di abbandonarsi solo dopo la lettura del libro).
Orlando può certamente essere definito un capolavoro della letteratura androgina. Nel corso dell’opera, il protagonista attraversa diversi momenti di metamorfosi sessuale che lo portano a togliersi la gonna e a indossare i pantaloni in più di un’occasione, passando con apparente disinvoltura da un sesso all’altro. “È un uomo? è una donna?”, si legge chiaramente sulla copertina del volume, come se si volesse fornire al lettore una palmare chiave di lettura per comprendere sin da subito il tenore dell’opera.

Questo libro rappresenta un tenero omaggio a Vita Sackville-West, con cui Virginia Woolf intrattenne una tempestosa relazione amorosa nei primi decenni del secolo scorso. Come Vita, anche Orlando appartiene alla più autentica nobilità inglese, quell’aristocrazia scintillante che poteva permettersi di ospitare re e regine nelle proprie dimore e di raccontare ai conoscenti che quel certo sovrano aveva dormito proprio lì, in una delle numerose stanze che componevano le loro immense tenute (quella di Orlando aveva ben 365 camere, proprio come la dimora avita di Vita).
Orlando, o lo spirito dei tempi
Ma Orlando non è un personaggio letterario comune, con contorni e durate temporali ben precise. In un certo senso, Orlando personifica lo spirito del tempo che attraversa i secoli, uno zeitgeist eterno e mutevole che vive, respira e si evolve continuamente insieme all’avanzare della storia, per centinaia di anni, dal Cinquecento ai primi anni del Novecento. È per questo motivo che le vicende di Orlando si protraggono per interi secoli, come se questo personaggio fosse dotato del prezioso elisir che allunga la vita e permette a chi se ne serve di sognare l’immortalità.
Dopo un’infanzia e un’adolescenza trascorse nel corpo e nella mente di un ragazzo, insieme alle tempeste amorose e alla relativa disperazione che questa condizione porta con sé, un viaggio a Costantinopoli cambia tutto, e Orlando diventa a tutti gli effetti una donna. Quando scende dalla nave che lo riporta in Inghilterra, dopo un’assenza durata diversi anni, Orlando non indossa più i pantaloni, ma un’ampia e vaporosa gonna.
In una scena memorabile, il capitano del bastimento aiuta cavallerescamente Orlando a compiere i delicati passi per scendere agevolmente dalla nave, con una particolare premura che non sarebbe mai stata riservata al vecchio Orlando coi pantaloni. Orlando è ormai una donna a tutti gli effetti, nel corpo e nello spirito. I momenti di autoanalisi in cui Orlando riflette sull’intima consapevolezza di essere donna e sull’autentico significato di questa identificazione, sparsi qua e là nel volume, sono di certo tra i più felici e godibili di tutto il libro.
Il cambiamento di sesso del protagonista rappresenta sicuramente il cuore pulsante dell’opera, il suo nucleo vitale. Ma Orlando è anche una straordinaria parodia della società e della letteratura, degli stilemi e delle personalità di autori affermati e di sedicenti scrittori, ognuno raffigurato con una caratterizzazione acuta e a tratti assolutamente spassosa.
Leggi anche: Museo delle cere, di Joseph Roth
La grandezza del libro sta soprattutto nella sua apparente leggerezza, nella sua capacità di combinare temi straordinariamente complessi – come l’androginia o la fluidità di genere – con la manifesta comicità di alcune caricature, come quella (riuscitissima) dell’autore Nicholas Greene e delle sue difficoltà nella pronuncia di alcune parole.

In tutta onestà, non mi sento di giudicare Orlando un’opera più grande di Mrs Dalloway o di altri scritti di Virginia Woolf – come quelli contenuti nella deliziosa antologia di racconti pubblicata qualche anno fa dal Sole 24Ore, che comprende anche il supremo Mrs Dalloway in Bond Street -, ma mi accorgo che questo libro sembra possedere una grandezza di tutt’altro genere, una capacità attrattiva non comune, in grado di spingere il lettore a effettuare ulteriori indagini sul personaggio di Vita Sackville-West e del suo turbolento legame con l’autrice.
È proprio quello che farò anche io: sono già riuscito a procurarmi una raccolta delle lettere scambiate tra Vita e Virginia Woolf negli anni più tormentati del loro rapporto, e francamente non vedo l’ora di averla tra le mani. La levità – solo apparente – di Orlando sembra adattarsi in modo perfetto ai ritmi dell’estate, al languido incedere delle giornate trascorse sotto il sole o in riva al mare. Anche io l’ho portato con me durante alcuni dei miei recenti spostamenti estivi, e ovviamente non me ne sono pentito.
