Scienza e Filosofia: lo Zen può diventare il grimaldello della fisica?

di Riccardo Intini

Nei suoi affannosi tentativi di compiere dei passi in avanti, la fisica moderna potrebbe trarre qualche giovamento dal Buddhismo Zen e dalle sue disarmanti sottigliezze filosofiche. Per cercare di sbrogliare le complicate matasse della fisica, tuttora imbrigliata nell’apparente incompatibilità tra meccanica quantistica e relatività generale, potrebbe essere necessario un approccio filosofico coraggioso, non convenzionale, capace di funzionare anche su piani logici non ordinari.

In pochi conoscono la vitalità esuberante dello Zen, il suo spirito iconoclasta, la sua capacità di abbattere, frantumare, spezzare, scardinare. L’antica filosofia dello Zen suggerisce un approccio alla realtà completamente diverso dalle scuole di pensiero basate sulla logica tradizionale, sull’intellettualizzazione, sul ragionamento lineare. Per cogliere il reale significato della realtà che ci circonda, secondo lo Zen, è necessario abbandonare del tutto la logica ordinaria e affidarsi all’ebbrezza dell’esperienza diretta, intuitiva. In un certo senso, bisogna dimenticarsi completamente della propria mente e gettare uno sguardo coraggioso verso i limiti dell’ignoto.

Nella lunga storia dell’umanità, gli accostamenti tra fisica e filosofia sono tutt’altro che rari. In molti casi, è stata proprio la filosofia a rendere possibili le conquiste scientifiche e l’elaborazione di nuove, entusiasmanti formulazioni teoriche. Grazie agli approcci filosofici, gli scienziati possono avere accesso a prospettive differenti, a linguaggi, metodologie d’indagine e schemi di pensiero a cui non sono abituati, con la possibilità di allargare enormemente la portata del proprio lavoro. La filosofia potrebbe inoltre aiutare la scienza a porsi le giuste domande, assicurandosi anche che gli stessi quesiti abbiano una profondità compatibile con le risposte che da essi si attendono.

Un'immagine rappresentativa legata alla ricerca delle verità universali

Curiosamente, tuttavia, gli accostamenti tra la fisica e la filosofia sono quasi sempre rimasti nel perimetro ristretto dei sistemi di pensiero e delle filosofie occidentali. Gli spazi per una possibile cooperazione tra le scuole di pensiero orientali e la fisica moderna rappresentano un territorio vergine e praticamente inesplorato, che potrebbe permettere ai fisici e agli scienziati di continuare la proprie ricerche partendo da una base concettuale e teorica completamente diversa.

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Scienza e filosofia: un dialogo costruttivo

In passato, la ricerca scientifica riuscì a compiere degli enormi passi in avanti anche grazie al prezioso contributo delle discipline filosofiche. Gli esempi sono estremamente numerosi, e abbracciano un intervallo temporale che comprende l’antichità classica e i primi decenni del ‘900. Tra coloro che cercarono di promuovere una cooperazione sempre più stretta tra filosofia e scienza vi fu senza dubbio Aristotele, assolutamente convinto che la filosofia potesse rappresentare un’utile guida per il metodo scientifico. La filosofia, per Aristotele, avrebbe potuto dimostrarsi eccezionalmente utile per orientare la ricerca, per chiarire alcuni concetti e per aiutare gli scienziati a porsi i quesiti più appropriati.

Non è certamente un caso che la prima, autentica teoria dello spazio venne elaborata da un filosofo. Nella sua Fisica, Aristotele teorizzò per primo il concetto di spazio, inteso come una rete di relazioni tra i corpi e gli oggetti. Nei secoli successivi, anche Galileo e Newton furono fortemente influenzati dalle scuole di pensiero filosofiche classiche e moderne. Una buona parte della fisica di Newton è evidentemente debitrice nei confronti dei concetti di spazio vuoto e moto rettilineo, assai cari a Democrito. Nell’opera monumentale Principia, del 1687, Newton avanza una coraggiosa critica di natura filosofica contro Aristotele e Cartesio, sostenendo che il tempo e lo spazio fossero concetti assoluti, e che lo spazio stesso potesse essere ben descritto dalla geometria euclidea.

Il balzo successivo venne compiuto grazie alle intuizioni geniali di Albert Einstein. Quest’ultimo conosceva benissimo Schopenhauer, e nel corso del suo lavoro venne profondamente influenzato dal peculiare modo di concepire il tempo e la rappresentazione elaborato del filosofo tedesco. Nella sua teoria della relatività generale, Einstein sembra rielaborare efficacemente le critiche di Leibniz e Mach sulla concezione newtoniana di spazio.

In generale, Einstein sembra assolutamente persuaso del fatto che la filosofia possa offrire nuove prospettive alla scienza, aiutandola a superare i propri inossidabili pregiudizi. In ogni caso, sembra importante sottolineare che Einstein non conosceva soltanto Schopenhauer, ma anche Kant, Poincaré e la tradizione filosofica sullo spazio. Con ogni probabilità, questo imponente bagaglio di conoscenza filosofica ebbe un ruolo di primo piano nell’elaborazione delle sue teorie rivoluzionarie su spazio e tempo.

La relazione tra fisica e filosofia appare abbastanza evidente anche nell’altro grande pilastro della fisica moderna, ossia la meccanica quantistica. Werner Heisenberg, che insieme ad altri contribuì in modo determinante alla nascita della meccanica quantistica, si ispira chiaramente al positivismo logico, e i suoi scritti sembrano ricordare per l’appunto alcuni testi di filosofia idealista e positivista.

Tutti questi indizi sembrano suggerire che la metodologia della scienza sia tutt’altro che fissa. Al contrario, essa continua a evolversi parallelamente ai suoi concetti più importanti. A tal proposito, sembra utile richiamare l’attenzione su altre due figure centrali per la filosofia della scienza del Novecento: Thomas Kuhn e Paul Feyerabend. Il primo sosteneva che la scienza fosse una successione di paradigmi che continuano a sostituirsi l’un con l’altro, specialmente nei momenti di crisi.

Il secondo, ancora più radicale, era convinto che non esistesse un unico metodo scientifico, e che la scienza potesse avanzare grazie a delle violazioni creative delle regole. Chi abbia una qualche familiarità con il Buddhismo Zen non potrà fare a meno di sorridere, leggendo queste ultime parole. Nella sua essenza più pura, lo Zen è infatti creativo e rivoluzionario, e propone una visione della realtà che non corrisponde quasi mai alla logica ordinaria. Con le sue formulazioni, Feyerabend sembra sostenere che i grandi progressi scientifici derivino quasi sempre da approcci eretici e caotici. 

La forza creativa dello Zen

Le attività connesse allo Zen, come i Koan o la meditazione, si pongono come scopo il raggiungimento di uno stato di illuminazione, ossia una sorta di comprensione finale, intuitiva e fulminea della realtà. Questo traguardo è conosciuto anche come satori, che per lo Zen rappresenta l’illuminazione suprema. Per raggiungere questo genere di comprensione, secondo lo Zen, è necessario accedere a facoltà mentali del tutto diverse da quelle intellettuali. Si tratta di una particolare capacità intuitiva che, in un solo istante, riesce a comprendere o a cogliere qualcosa di assoluto e universale.

A tal proposito, sembra utile sottolineare l’importanza del concetto di Atakkavatara nella tradizione buddhista. Con questo termine, la dottrina si riferisce esattamente a qualcosa che non può essere afferrato con la sola logica. Ma che natura ha questo “qualcosa”? Si tratta forse dello stato di illuminazione teorizzato dai buddhisti? O potrebbe forse riferirsi a qualcosa di ancora più grande, capace di abbracciare l’intera realtà fisica che ci circonda? È un quesito su cui vale la pena riflettere.

Un'immagine legata al buddhismo Zen e un suo praticante

Per lo Zen, l’essenza della realtà ultima si può afferrare attraverso una speciale intelligenza innata e spontanea, una facoltà mentale che sembra del tutto diversa da quelle ordinarie. Uno dei tratti distintivi più potenti dello Zen ha a che vedere con il suo peculiare metodo per afferrare la verità. Questa scuola di pensiero teorizza infatti la necessità di infrangere e di spezzare ogni creazione artificiosa e di superarla, al fine di cogliere in modo diretto ciò che si trova al di là.

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Dai testi dedicati allo Zen sembra emergere un altro aspetto estremamente interessante. L’ignoto – un concetto molto vasto che può comprendere anche ciò che chiamiamo verità ultime, o finali – rifiuterebbe infatti di manifestarsi nelle aree consce della nostra mente. In un certo senso, questa entità misteriosa e sconosciuta sembra sfuggire a ogni tentativo razionale di afferrarla. Questo fatto sembra avere delle implicazioni profonde: significa forse che la realtà ultima rimarrà per sempre inafferrabile alle menti analitiche e razionali degli esseri umani? O vuol dire semplicemente che per avvicinarci alla verità dobbiamo iniziare a ragionare attraverso metodi logici non ordinari?

Ma perché la razionalità non sarebbe in grado di cogliere le verità universali? Per lo Zen, la risposta è abbastanza semplice. Questa scuola buddhista insegna infatti a non fidarsi della ragione e della sua naturale tendenza a discriminare, a separare, a produrre dualità. Uno dei cardini concettuali del Buddhismo Zen ha a che fare proprio col superamento delle dualità e con l’avvicinamento a una verità finale che non comprende al suo interno nessuna differenziazione.

Nello Zen, a un certo punto, la razionalità diventa qualcosa di completamente superfluo. Quando si compie questo passo decisivo, la mente sembra iniziare a operare attraverso una funzione a cui si attribuisce talvolta il nome di myo, o myoyu. È qualcosa di spontaneo e creativo che non ha nulla a che vedere con la comprensione analitica, e che emerge dall’inconscio.

Nuovi inizi

Per poter progredire, la fisica potrebbe aver bisogno di nuovi approcci. Gli scienziati e i ricercatori potrebbero trarre qualche giovamento da una graduale familiarizzazione con i principi dello Zen e con la sua peculiare visione della realtà. Anche lo stesso Einstein sembrò sostenere che il metodo scientifico non potesse in alcun modo rappresentare qualcosa di fisso, di ottusamente rigido. La metodologia scientifica deve evolversi continuamente, abbracciando nuovi concetti, nuovi metodi d’indagine, nuovi strumenti filosofici.

Queste evoluzioni avvengono soprattutto nei momenti di crisi, quando lo stallo concettuale dovrebbe essere disintegrato da un qualche genere di forza viva, creativa, palpitante. Perché non dovremmo provarci? Con ogni probabilità, Paul Feyerabend sarebbe stato perfettamente d’accordo, e avrebbe forse cercato di avvicinare i fisici alle meraviglie non convenzionali dello Zen. Chi può mai sapere che cosa potrebbe emergere, dall’incontro costruttivo tra queste due discipline? In mancanza di alternative, potrebbe essere una delle possibili vie per innescare una nuova fase di progresso e di conquiste scientifiche.  

Nel Libro dei Cinque Anelli, famosissima opera di Miyamoto Musashi dedicata all’arte del combattimento, il guerriero ideale teorizzato dall’autore si muove su diversi piani di realtà, adattandosi di volta in volta ai cambiamenti delle proprie disposizioni di coscienza. I principi espressi nel libro sono fortemente affini allo Zen, e sembrano indicarci una direzione chiara.

Per tentare di avvicinarci il più possibile alle verità finali, potrebbe essere necessario iniziare a comportarsi come il guerriero Zen di Musashi, capace di passare con disinvoltura da un piano di realtà all’altro, ognuno con la sua peculiare logica, ognuno in grado di contribuire, a modo suo e attraverso le proprie leggi, alla comprensione ultima e finale del contesto fisico in cui ci troviamo, che continua ad apparirci indecifrabile, impenetrabile e tuttavia misteriosamente interconnesso.

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